La riscossa di Sisifo

Una cosa (mica tanto) divertente che non farò mai più

Da stamattina alle 9 sono la fiera non posseditrice di due biglietti per il concerto di McCartney. Sì, li ho venduti. Non se l’aspettava nessuno, immagino. Comunque ora sono nelle mani di un gentile ragazzo di Brescia con cui è filato tutto liscio e che se li è venuti a prendere nel parcheggio del cimitero dove vado tutte le domeniche (oh, era il posto più comodo per entrambi, poche fòle).

Questa esperienza mi ha insegnato tante cose. La prima è che spendere 500€ sull’onda dell’entusiasmo è il male. A meno che tu non sia Briatore ecco. A chi mi suggerisce sempre di agire d’istinto, di non pensarci troppo, bùttati dài, ma buttati tu a mare e stai zitto. Beh certo, se ci pensi poi non fai più niente, ma magari, ma magari! Comunque, lezione di vita imparata, passiamo oltre.

La seconda cosa riguarda il mondo della compravendita di biglietti di eventi, purtroppo, mio malgrado, ho dovuto conoscerlo e statene alla larga per l’amor del cielo. Presa ovviamente dal panico post-acquisto ho vagliato tutte le possibilità per gli annunci: bacheche “reali”, FB, twitter, siti vari. L’unica bacheca non virtuale in cui mi sono avventurata è stata quella universitaria, ho appeso un numero sconsiderato di volantini, roba che secondo me mi hanno preso per il culo pure i bidelli, ma fa lo stesso. FB, capirai… sono iscritta ma non ho amici, lo uso solo per i gruppi universitari; esiste però un gruppo che si occupa di compravendita di biglietti di concerti per cui ho messo svariati annunci anche lì. Twitter ho scritto un tweet, chiedendo ai miei 330 followers di retwittarlo: 1 solo retweet. E’ vero che ambisco all’invisibilità ma un’altra volta, magari.

Così mi sono lanciata nel mondo dei siti internet, tre per la precisione. Bakeca.it era quello che mi spaventava di più, ci leggo sempre annunci allucinanti, alla fine è stato il sito che più si è rivelato utile. Gli altri due sono Viagogo e Seatwave, spenderò due righe per entrambi perché sono molto simili. In pratica sembrano il paradiso del bagarinaggio. Per Sir Paul una persona vendeva dei biglietti in prima fila a 6000€ a biglietto. Come funzionano? Ti registri, inserisci tutti i tuoi dati, metti in vendita i biglietti che hai specificando il numero del posto, la fila e ovviamente il prezzo. Il prezzo che vuoi tu. La persona interessata li compra, paga al sito che si trattiene una percentuale. Tu spedisci i biglietti. Il sito ti dà la tua parte dopo l’evento. A posteriori mi sembra una cosa così folle che mi vien da ridere a pensare che mi ci sono iscritta e ho messo in vendita i biglietti lì (i miei, ovviamente, erano i più economici). Non appena ho ricevuto dei contatti da persone fuori da questi circuiti ho cancellato i biglietti e alla fine per fortuna ho concluso in altro modo. A me non stupisce tanto chi li mette in vendita, ma quelli che se li comprano… certo, direte, anche 500€ per due biglietti sono una bella cifra, vero. Ma tra 250€ e 6000€ c’è una certa differenza, una bella differenza. Comunque se avete tempo e voglia cercatevi le opinioni su questi siti, ne troverete delle belle.

Sempre presa dal suddetto panico ho iniziato a tranquillizzarmi solo quando ho iniziato ad essere contattata. Lì mi sono detta che forse ce l’avrei fatta. Però ragazzi in giro c’è della gente che non ha veramente un cazzo da fare e passa le giornate a far perdere tempo ad altra gente che magari qualcosa da fare ce l’ha. Ok, non è il mio caso, ma io pur non facendo una mazza non faccio perdere tempo a sconosciuti su internet. E c’è chi non si fida e vuole prima ricevere i biglietti e poi pagare. C’è chi dà un significato tutto suo all’aggettivo trattabile per cui ti propone cifre che non stanno al mondo (e infatti io poi ho smesso di trattare e ho semplicemente detto Oh, costano tot, se li hai bene, se non li hai ciao, sono anche molto ingenua e facilmente raggirabile quindi lasciamo perdere le trattative). C’è chi ti dice Bloccali, li prendo, li prendo, entro sera ti pago, e te lo dice per una settimana di fila. C’è chi su FB è con un nome falso (il mio almeno è palesemente falso) e ti tratta come se non lo sapessi, oh ciccio, son capace anche io di usare google eh (e magari, se usi un nome falso, non mettere come immagine del profilo la stessa che hai nel tuo profilo vero, che guarda caso compare tra i tuoi amici).

sisyphus-1549Alla fine tutto si è risolto per il meglio, se S. si fosse fatto vivo prima non avrei incontrato tutta questa bella umanità demmerda ma per fortuna che si è fatto vivo dopo aver letto l’annuncio su Bakeca.it. Ancora non ci credo che sia andato tutto liscio come l’olio. La trattativa su per giù è stata

Ciao, sono fortemente interessato ai biglietti, li hai ancora?

Sì, ti va bene il prezzo?

Sì, ritiro a mano?

Ok, ci troviamo al parcheggio del cimitero del tal paese alle 9 di domenica, ok?

Perfetto a domenica ciao.

Ecco, più gente così ci dovrebbe essere al mondo.

Certo, potevo semplicemente non comprarli i biglietti. Però ve lo devo proprio dire, il peso che mi sono tolta quando glieli ho consegnati è stato enorme. Come se Sisifo a un certo punto prendesse quel cazzo di masso e lo lanciasse addosso a un banchetto firme del PDL. Beh, oddio, non esageriamo. Comunque siam lì.

Partiamo dal presupposto che.

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piaga

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(e non dite che non vi ho avvisato)

Il 25 giugno 2013 a Verona, in Arena, ci sarà il concerto di Paul McCartney. Mi piace pensare che l’apprezzamento per Sir Paul trascenda i gusti, è la personalità del mondo della musica più importante che abbiamo, ma sono già stata ampiamente smentita, devo ancora capire se dietro c’è semplicemente il gusto di fare i bastian contrari oppure se c’è una reale convinzione, ma fa lo stesso. L’importante è quello che penso io. E per me Paul è un dio, un mito, un genio, un mostro sacro. Quando un dio suona a 40km da casa tua ci fai un pensierino no? Cioè ti viene un po’ il prurito alle mani, anche se non sei mai stata a un concerto, anche se costa tanto, anche se odi la gente, insomma daje la cosa non ti lascia indifferente.

Io ho comprato i biglietti. Uno per me e uno per Anacleto. Se fossi una persona normale andrei con qualche amica ma non ho amiche che possono permettersi la poltronissima Gold. E la poltronissima (o meglio la platea numerata) per me è l’unico modo di vedere un concerto. Forse. Non lo so. Non sono mai stata a un concerto in vita mia. Però ecco mi sembrava la cosa più affrontabile, peraltro posti esterni, gli ultimi due posti vicini rimasti, per fortuna esterni. Fossero stati in mezzo non li avrei comprati. Sono già pentita, ultimato l’acquisto ho subito cercato siti per rivenderli. Poi mi sono detta che mancano tre mesi e che insomma c’è ancora tempo.

Non ho però perso tempo per stilare la lista dei buoni motivi per cui non dovrei andarci. I motivi per cui dovrei andarci già li sapevo, non mi serviva la lista. E poi i motivi per andare al concerto me li stanno ricordando tutti, ho talmente tanti buoni motivi che mi escono dal culo. Come sempre alle mie fisime ci devo pensare da sola per cui ho fatto la mia bella lista. Lista che non riporterò qua perché a tutto c’è un limite e non ho alcuna voglia di farmi trascinare fuori di casa per un TSO. Diciamo che sono una control freak e che ho bisogno di prendere in considerazione tutte le situazioni possibili e immaginabili e il conseguente comportamento che dovrei adottare. Non c’è spazio per l’improvvisazione.

Il presupposto della lista qual è? E’ evidente. Davvero. Chiarissimo. Se leggeste la lista vi verrebbe subito in mente.  Il presupposto è che 20mila persone saranno lì mica per vedere McCartney, no, saranno lì per me. Solo per guardare, giudicare, deridere me.

Una persona normale pensa che sia folle, fuori di testa. Io penso che invece andrà proprio così. Oddio, magari non tutte 20mila. 19.500 però sì. Quindi immaginatevi quanto piaga sono in questo momento e compatite il povero Anacleto che è più esaltato di me, non l’ho mai visto così contento di aver speso veramente tanti soldi in un colpo solo,  si è già messo a calcolare gli orari dei nostri spostamenti e a stabilire dove e quando dovremmo cenare e parcheggiare la macchina. A proposito di control freak.

Comunque, appunto mancano 3 mesi. C’è tempo. Ho tempo. I precedenti non giocano a mio favore. L’unica volta che ho comprato dei biglietti per uno spettacolo teatrale, quello di Marcorè, poi non sono andata e ho perso i soldi. E si trattava di uno spettacolo in un teatrino del cazzo. Qua si parla dell’Arena. Quindi non so. Se Anacleto non fosse così entusiasta la decisione sarebbe molto più facile da prendere, ma devo tenerlo in considerazione (anzi, teoricamente sarebbe il contrario, sarebbe lui a dover decidere, mica io, ma la piega autoritaria dittatoriale che sto prendendo è da far invidia al M5S).

Vabbè Paul, chissà se ci vedremo mai.

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My Mad Fat Diary

It’s too much out there. 

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Torno a scrivere dopo un po’ di tempo per parlare di questa serie inglese che mi ha colpito tantissimo.

My Mad Fat Diary è composta da 6 episodi ma è già stata rinnovata per una seconda stagione, se ne riparlerà l’anno prossimo. E’ ambientata nel Linconshire nel 1996, la protagonista è Rae (la ragazza al centro nella foto), una sedicenne obesa appena uscita da un istituto psichiatrico. Ad aspettarla fuori una madre che ha una relazione con un tunisino senza documenti, un’amica che credeva che lei fosse a Parigi, un gruppetto di nuove conoscenze e molte difficoltà quotidiane. Ad accoglierla dentro l’amica Tix e Kester, lo psicologo che ogni persona poco sana di mente vorrebbe avere. Al centro il suo diario (infatti la serie è tratta proprio dal libro diario di Rae Earl), scrigno che raccoglie tutti i segreti, i pensieri, le riflessioni della nostra protagonista.

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Avrei voluto che questa serie uscisse 15 anni fa, quando di anni ne avevo 13. Adesso è tardi per prendere spunto, ispirazione, posso solo elogiarla, trarre conclusioni a posteriori. Non lo sto dicendo per piangermi addosso (prima che i soliti sapienti si facciano avanti con la loro sicumera), è semplicemente la verità. E’ una serie che rende perfettamente l’idea di cosa significhi essere un’adolescente obesa, io mi sono ritrovata tantissime volte a dire tra me e me “Sì, è vero, è proprio così, anche io ero uguale” e questo è un merito enorme. Non avete idea di quanto mi ha rotto la rappresentazione moderna dell’obesità, che intanto non è mai obesità vera e poi è sempre e solo legata al cibo. In questa serie il cibo, la dieta, le calorie non vengono praticamente mai nominati. E non perché non siano importanti, lo sono, ci mancherebbe, ma perché vengono dopo. Questo telefilm si concentra sul prima, sulle cose che stanno a monte, su quel click che scatta nella testa, perché si possono spiegare tante cose ma non tutte.

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In Rae ho visto molto la me di quel periodo, nei suoi amici/compagni di avventura non ho visto i miei amici/compagni di avventura dell’epoca. Ma d’altronde questa è una serie tv e qualcosa di positivo deve pur esserci. Purtroppo i miei amici durante l’adolescenza non erano come quelli di Rae, e lo posso dire perché tanto non leggeranno mai questo blog. Ho ritrovato in lei il desiderio di essere accettata, di far parte di un gruppo, la difficoltà nell’interagire sia con le ragazze che coi ragazzi, perché sei femmina ma sei anche grassa per cui i problemi delle ragazze magre non li cogli e per quanto tu possa essere simpatica, interessante, intelligente il massimo a cui puoi ambire coi ragazzi è la famigerata friend zone. Ho anche rivisto quella certa spensieratezza tipica dell’età, nel senso che ero molto meno ossessionata da me stessa di quanto non lo sia ora, ero molto più libera, facevo molte più cose, perché non ci pensavo, perché avevo 15 anni e non 28. Rae ha una migliore amica che è bellissima, magra, piena di ragazzi che le corrono dietro, io uguale, preciso, l’avevo anche io. Forse sono pattern tipici che si seguono inconsapevolmente.

Nella foto qua sotto Rae immagina di levarsi, come un costume, il grasso che circonda la vera se stessa, come se fosse quello ad impedirle di spiccare il volo, di essere realmente ciò che lei è. Ogni tanto lo pensavo anche io, “Io sono una magra intrappolata in un corpo ciccione”, ma ora ho smesso. Non penso che sia vero. Fa comodo pensarlo ma non è vero. La scena però è molto bella, evocativa, disturbante.

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Poi c’è il discorso della malattia mentale, discorso che non approfondirò più di tanto per evitare di svelare troppo. Tempo fa avevo parlato di un libro, Fame di Allen Zadoff, e insomma lui alla fine era giunto alla conclusione che era diventato obeso, enorme non perché fosse stupido ma perché era malato. Io non sono mai arrivata a questo livello, cioè io sono quella che quando mi dicono “Sei una ragazza intelligente” (lasciamo stare che non li dicono perché lo pensano) vorrei rispondere che no, non è vero, una persona intelligente non arriverebbe mai a ridursi così. Ecco, questa serie tv conferma la “tesi” di Zadoff, sconfessa la mia. Ma io, c’è bisogno di dirlo?, continuo a pensarla alla mia maniera, è un chiodo fisso che ho da anni e non c’è verso di levarlo. Centrale poi è la figura dello psicologo, Kester, e purtroppo come lui io non ne ho mai trovati. Non ho certo l’esperienza di una delle tipiche protagoniste dei film di Verdone e non voglio dare la colpa dei miei problemi a qualcun altro, però purtroppo è difficile trovare qualcuno con cui entrare in sintonia, non ci sono mai riuscita.

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Due cose per finire. 1. Gli inglesi quando si parla di serie tv sanno quello che fanno, mi sembra che non ne sbaglino una. Sono sempre originali, mai banali, hanno sempre un occhio particolare sulla qualunque, guardi una serie british e pensi “Fantastica, pensa che merda sarebbe se la facessero gli ammeregani”. E soprattutto hanno un pregio enorme: sanno quando fermarsi. Fanno stagioni da 6 episodi, mica 22. Hanno capito che per mantenere alta la qualità il brodo non va allungato e che una volta che si ha finito di dire quello che si doveva dire si può anche smettere di parlare. 2. La colonna sonora è semplicemente favolosa. E’ un valore aggiunto che arricchisce la serie in un modo che non sto nemmeno a spiegare, qua ci sono quasi tutte le tracce.

Su youtube ci sono gli episodi sottotitolati in inglese, lo consiglio caldamente, è una cosa che fa bene guardare. Fa ridere, piangere, tocca le corde giuste, guardatela.

Basta così

Non voglio nemmeno aspettare i risultati delle elezioni in Lombardia, la mia regione. Ha vinto maroni? Non lo so. Ha vinto Ambrosoli? Spererei. Ma basta. Di politica mi sono sempre interessata, ho sempre cercato di capire, di pensare con la mia testa, probabilmente ho anche sbagliato, chi lo sa, ma ho sempre visto la politica come qualcosa al di là dei partiti, come qualcosa di tutti, di più alto, dovrebbe essere così, infatti.

Ma poi arriva il 25 febbraio e scopri che vivi in un paese che crede a certe persone e le vota pure e queste certe persone, che hanno governato il paese per quasi 20 anni, vincono pure (o comunque non perdono). All’inizio ti arrabbi e provi a capire come una persona possa votare certi politicanti di merda, analizzi, rifletti, pensi a quello che dice De Mauro sull’analfabetismo di ritorno (link), ti sforzi davvero, arrivi ad immedesimarti, passi all’autocritica, guardi chi hai votato tu e ti dici che insomma si poteva fare molto meglio, coi se e coi ma non fai molta strada, è vero, in ogni caso vale la pena buttarci un occhio, però poi basta. Poi ti rassegni. Ti rassegni a vivere in un paese con certa gente che vota altra certa gente.

Per cui basta così. Fate quello che vi pare, io mi adeguo. Tanto posso ritenermi economicamente abbastanza tranquilla, per giunta sono viziata, quindi ok, delego a certa gente le decisioni di questo paese. Io me ne tiro fuori, mi sono rotta il cazzo. Si andrà a rivotare tra 6 mesi? Mi fa piacere. Mi asterrei ma l’astensione prevede una discussione con Anacleto che mi romperei troppo il cazzo ad avere per cui andrò al seggio e scriverò una poesia di Gozzano sulla scheda. No ma basta, obiettivamente, basta così.

ps. sono sempre stata tollerante coi commenti, non rispondo a quelli di persone che pur trovandomi mille difetti continuano a leggermi ma non ho mai censurato nessuno. Ecco, non con questo post. Se pensate di iniziare un commento con “So che forse non ti farà piacere e se vuoi puoi cancellare quello che ti scrivo…” beh fatene a meno. La democrazia in questo preciso momento ha rotto il cazzo, anche qua sul blog. Già non mi sento più libera di scrivere quel cazzo che mi pare (non a caso non scrivo da più di un mese), manca pure qualche fine commentatore politico simpatizzante di certa gente per completare il tenero quadretto.

Angels in America

Angels in America
HBO
2003, 6 “capitoli”
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Cambio leggermente genere e parlo di questa meravigliosa (e lo ripeterò più e più volte) miniserie americana tratta dalla pièce teatrale Angels in America: A Gay Fantasia on National Themes scritta da Tony Kushner nel 1993 e vincitrice del premio Pulitzer. Non so come mai mi sono messa in testa di guardarla, stavolta nessuno me l’ha consigliata (anzi, sono io ora che la sto suggerendo a mezzo mondo), ho avuto anche una strana sensazione di dèja-vu, come se ne avessi già visto un pezzo in passato, tipo su Telemontecarlo o qualcosa del genere.

Di cosa parla – Eh, bella domanda. Di cosa parla?! Non lo so con precisione. Ovvero, so ovviamente di che parla, saprei raccontare la trama, ma di cosa parla sul serio resta un po’ un’incognita. Intanto scrivo quello che so, al resto ci penseremo poi. Siamo a New York nel 1985, Reagan è il presidente, l’AIDS “esiste” ufficialmente solo da pochi anni ed è percepita come una malattia esclusivamente degli omosessuali. In questo scenario si muovono i nostri personaggi. Ci sono Prior (sì, il nome è proprio Prior, nella miniserie si fa tutta la cronistoria del nome) e Louis, solida coppia gay, fino a quando il sarcoma di Kaposi non compare sul petto del primo mandando in crisi il secondo. Ci sono Joe e Harper, lui avvocato repubblicano, lei casalinga dipendente dal Valium che le provoca vivide allucinazioni, entrambi mormoni, entrambi infelici a causa dell’omosessualità repressa di lui. C’è Roy Cohn, avvocato realmente esistito (qua la sua biografia in inglese), malato anch’esso di AIDS ma che rinnega completamente la sua omosessualità. C’è Belize, infermiere gay e a volte drag queen. C’è Hannah, la madre di Joe. C’è Ethel Rosenberg, o meglio, c’è il fantasma di Ethel Rosenberg, giustiziata nel 1953 per essere stata una spia sovietica. C’è Emily, infermiera in ospedale. Le vite di questi personaggi si intrecciano in lungo e in largo per quasi 6 ore di visione creando legami profondi e terribilmente umani. E poi certo, ci sono gli angeli. Sì, è un’opera dove la religione è estremamente presente. Innanzitutto la religione ebraica (basta sulla colpa e non sul perdono, viene detto all’inizio), poi quella dei mormoni, e più in generale i riferimenti biblici si sprecano, per non parlare delle visioni, del misticismo, del modo di relazionarsi con Dio e con la propria fede. Sugli angeli veramente non posso dire nulla perché svelerei troppo, ma quando scoprirete di cosa si parla rimarrete con la bocca spalancata tipo per un quarto d’ora. Si è capito un po’ di cosa parla no?

tumblr_menk5h1mJ71qf18uko1_500Perché guardarla – Fermo restando che Perché la consiglio io dovrebbe bastare vediamo di dare qualche altra motivazione seria. Intanto perché è diretta da Mike Nichols e ci sono Al Pacino, Meryl Streep, giusto per citare i due nomi più altisonanti, ma anche gli altri sono fenomenali. E poi perché è bellissima. E lo è a prescindere dal significato, dal capirla o meno, è bellissima perché mentre la guardi ti ritrovi con gli occhi spalancati in uno stato simile alla trance come se ti avesse ipnotizzato. Fa piangere, tanto, ma fa anche ridere, molto. Tutta la faccenda dei riferimenti biblici, delle visioni, detta così sembra una roba alla Bernadette ma non esiste cosa più distante, c’è costantemente un’ironia che attraversa le scene più mistiche e le rende vere e proprio per questo più potenti (uno dei protagonisti quando presagisce le visioni ha un’erezione, giusto per citare il caso più eclatante). Affronta temi che ancora oggi ci riguardano. Sì il 1985 è lontano, io sono nata nel 1985, ma alcune cose sono universali, le questioni etiche, morali e sociali sono sempre le stesse. E per quanto si siano fatti passi avanti nel non considerare l’omosessualità come il male del millennio c’è ancora troppa strada da fare, purtroppo. Senza considerare tutti i discorsi sull’etnia, sull’identità, sulla religione come fenomeno sociale, sulla politica, sul senso di comunità, certamente potrei andare avanti per ore. La cosa più importante è il messaggio che io ho colto (oddio, magari ce n’è pure un altro non so, o forse non ho capito niente, ripeto, NON SO!!!), ovvero che per vivere, per vivere realmente, per andare avanti, perché la società, prima ancora che l’individuo, progredisca, per ritrovarsi, per farsi accettare, bisogna sconfiggere l’immobilità. Chi cambia vince, chi sceglie la stasi perde. E dunque al diavolo tutte quelle cose (la religione in primis) che ci tengono legati al passato per non farci vivere il futuro, la vita è vita, è sempre meglio di qualunque cosa purché la si affronti nel modo giusto cioè in movimento costante. So che detto così sembra uno spot di un qualche partito new age del lello ma davvero non è così.

Qualche citazione degna di nota.

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  • Harper: …I’m a Mormon.
  • Prior: I’m a homosexual.
  • Harper: Oh! In my church we don’t believe in homosexuals.
  • Prior: In my church we don’t believe in Mormons.

I hate America, Louis. I hate this country. It’s just big ideas, and stories, and people dying, and people like you. The white cracker who wrote the national anthem knew what he was doing. He set the word ‘free’ to a note so high nobody can reach it. That was deliberate. Nothing on Earth sounds less like freedom to me. You come to room 1013 over at the hospital, I’ll show you America. Terminal, crazy and mean. I live in America, Louis, that’s hard enough, I don’t have to love it. You do that. Everybody’s got to love something.

I pray for God to crush me, break me up into little pieces and start all over again.

“We have reached a verdict, your honor. This man’s heart is deficient. He loves but his love is worth nothing.”

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So che se dico che è un capolavoro qualcuno dirà Eh ma dici sempre che son tutti capolavori!. Sì, io scelgo di parlare solo delle cose belle. Non voglio perdere tempo nel criticare quelle brutte, preferisco, nel mio piccolo, tentare di diffondere il più possibile la bellezza e Angels in America è bellezza allo stato puro.

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