Katarina Mazetti – Il tizio della tomba accanto

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Altro libro strano. Li becco tutti. In questo caso però me lo aspettavo, perché è edito dalla Elliot che generalmente sforna libri un po’ alternativi che non sono mai quello che sembrano.

Onestamente mi ha un po’ deluso. L’inizio di questo romanzo è divertente, sagace, promette bene, speravo che l’ironia delle prime pagine proseguisse. #einvece

Questo il primo capitoletto.

Da me vi conviene stare alla larga!
Una donna sola, affranta, con una vita sentimentale senza dubbio strana. Chi lo sa cosa combinerò alla prossima luna piena?
Avete letto Stephen King, no?
Sono seduta su una vecchia panchina verde scuro davanti alla tomba di mio marito, a guardare quella lapide che mi dà sui nervi.
E una piccola e sobria lastra di pietra grezza con inciso solo il nome, “Örjan Wallin”, a caratteri austeri. Semplice, per non dire perentoria, proprio nel suo stile. Infatti, l’ha scelta lui facendo avere le sue disposizioni all’apposito archivio della Fonus, la principale agenzia di pompe funebri del paese, neanche a dirlo.
Soltanto una cosa del genere. Voglio dire, non era nemmeno malato.
So esattamente cosa intendeva comunicare con la sua lapide: la Morte è una Fase Perfettamente Naturale del Ciclo della Vita. Era biologo.
Grazie tante, Örjan.
Vengo qua a sedermi diverse volte alla settimana, nella pausa pranzo, e sempre almeno una volta durante il weekend. Se comincia a piovere tiro fuori un impermeabile di plastica che si può ripiegare e infilare in una bustina. È orrendo, l’ho trovato nel comò di mia madre.
Siamo in molti ad avere un impermeabile così, qui al cimitero.
Non ci resto mai meno di un’ora.
Con una giusta dose di tenacia, spero alla fine di riuscire a spremermi fuori il giusto tipo di dolore. Mi sentirei molto meglio se potessi stare peggio. Se fossi in grado di rimanere qui seduta a strizzare un fazzoletto dopo l’altro senza guardarmi costantemente dall’esterno per controllare l’autenticità delle lacrime.
L’imbarazzante verità è che per la metà del tempo sono solo incazzata con lui. Maledetto traditore, perché non sei stato attento? Per il resto del tempo quello che provo somiglia più che altro a ciò che sente un bambino quando muore il suo pappagallino. Già.
Mi mancano la sua compagnia e la nostra routine quotidiana. Nessuno che faccia frusciare il giornale accanto a me sul divano, quando torno a casa non c’è mai profumo di caffè, la scarpiera sembra spoglia senza tutti gli scarponi e gli stivali di gomma di Örjan.
Se non mi viene in mente qual è il “dio del sole di due lettere” mi tocca tirare a indovinare, oppure saltarlo.
Una metà del letto a due piazze non è mai disfatta.
Se non tornassi a casa perché mi ha messo sotto una macchina, nessuno si chiederebbe dove sono.
E, se non sono io a farlo, al gabinetto l’acqua non viene tirata da nessuno.
Eccomi qui, dunque, seduta al cimitero, con la nostalgia dello sciacquone del cesso.
Che dici, Stephen? Ti basta per scritturarmi?
C’è qualcosa, nei cimiteri, che mi porta a ragionare come un comico di serie B un po’ fuori di testa. Rimozione e scaramanzia, naturalmente: ma posso concedermele. Ultimamente non ho molto altro con cui trastullarmi.
Insieme a Örjan, per lo meno, sapevo chi ero. Ci definivamo a vicenda, in fondo i rapporti di coppia servono a questo.
Chi sono adesso?
Mi trovo in totale balia di chiunque mi veda da fuori. Per qualcuno sono un’elettrice, per qualcun altro un pedone, una contribuente, una consumatrice di cultura, un capitale umano o una proprietaria d’appartamento.
Oppure soltanto un ammasso di doppie punte, assorbenti debordanti e pelle secca.
In effetti, posso ugualmente ricorrere a Örjan per definirmi. È un favore che può farmi ancora, per quanto postumo. Se Örjan non ci fosse stato, sarei stata descritta come “una single che va verso gli anta” – ho letto l’espressione ieri sul giornale e mi si sono rizzati i capelli in testa. Invece adesso sono “una giovane vedova senza figli”: così tragico e struggente!
Già, grazie mille, Örjan!
Da qualche parte, dentro di me, rode anche un vago senso di puro sconcerto. Il fatto che Örjan abbia pensato bene di morire mi lascia di stucco.
E noi che avevamo pianificato il nostro futuro sia a breve sia a lungo termine! Vacanze in canoa nel Värmland e una vantaggiosa pensione integrativa per ciascuno.
Anche Örjan deve essere rimasto di stucco. Tutto quel Tai  Chi, quelle patate biologiche e i grassi polinsaturi. Che cosa ha avuto in cambio? si chiede il comico di serie B, mostrando i suoi dentoni gialli.
A volte monto su tutte le furie al posto suo. Non è giusto, Örjan! Proprio tu che eri così irreprensibile e competente! A volte, dopo cinque mesi di astinenza, avverto anche una piccola vibrazione tra le gambe, il che mi fa sentire una necrofila.
Di fianco alla lapide di Örjan ce n’è una veramente mostruosa, la volgarità fatta pietra tombale. Marmo bianco con scritta oro in una bella grafia, angioletti, rose, uccellini, motti inscritti in nastri sinuosi e persino un corroborante teschietto completo di falce. La tomba vera e propria sembra un vivaio, straripante di vegetali com’è. Sulla lapide ci sono un nome maschile e uno femminile con date di nascita molto vicine. Sarà un qualche discendente a onorare il padre e la madre con tanta profusione.
Qualche settimana fa ho visto per la prima volta il figlio in lutto davanti alla lapide. È un uomo della mia età con una giacca a vento sgargiante e un berretto a visiera con il paraorecchie e la calotta più alta davanti, all’americana, con la scritta “Unione Silvicoltori”. Era lì che rastrellava e zappava furiosamente in mezzo al vivaio.
Sulla tomba di Örjan non cresce niente. Probabilmente avrebbe ritenuto del tutto inappropriato un piccolo cespuglio di rose, una specie che non appartiene al biotopo cimiteriale. Quanto all’achillea e alla filipendula, il chiosco del fioraio al cancello ne è sprovvisto.
Il silvicoltore viene regolarmente, a intervalli di pochi giorni, verso le dodici. È sempre carico di nuove piante e di fertilizzanti. Pare traboccare dell’orgoglio del coltivatore, come se la tomba fosse il suo orticello personale.
L’ultima volta si è seduto di fianco a me sulla panchina e mi ha guardato di sottecchi, ma non ha detto niente.
Aveva uno strano odore e solo tre dita alla mano sinistra.

Ok, avrò anche il senso dell’umorismo di una patata ma a me ha fatto ridere. Ben presto però l’umorismo funebre e cimiteriale ci abbandona per lasciare il posto a tutta la fantastoria tra i due protagonisti. Io tifavo per lei, chiaramente. Lei bibliotecaria, colta, amante della lettura e dell’opera, una donna tranquillamente moderna. Lui è un buzzurro campagnolo maschilista ignorante e maschilista. Ah e anche maschilista, non l’ho ancora detto vero? Sì perché io al contrario della Mazetti a questo scontro di civiltà non ci credo. Non ci credo nemmeno se mi paga, guarda. Non c’entra l’essere campagnoli e l’essere di città, non nella Svezia degli anni 2000. C’entra il fatto che il protagonista è un uomo che vuole una moglie uguale a sua madre, vuole una donna che lo tratti da figlio e che al tempo stesso se lo scopi. Eccolo, lo scontro di civiltà. Ora, nessuna donna vagamente intelligente vorrebbe una cosa del genere, se non una qualche sempliciotta disposta (per svariati motivi) a vivere una vita matrimoniale così. Chiaramente questa relazione non ha alcuna possibilità, perché nelle persone sane è la vita che vince, non l’amore.

Sì insomma sono delusa e un po’ arrabbiata. Mi aspettavo qualcosa di più divertente, non pensavo di ritrovarmi alla fine a raccogliere i cocci di vari ricordi venuti a galla.

Scopro infatti grazie ad aNobii che questo romanzo l’ho già letto. 4 anni fa. In Italia era uscito con un altro titolo, orribile, “O me o muuh”. L’avevo anche recensito.

Non mi aspettavo molto da questo libro, vuoi per il titolo, vuoi per la copertina e la trama banalotta. Invece è stata una piacevole sorpresa: è un divertente romanzo a due voci che tratta anche argomenti quotidiani e problematiche diffuse in modo leggero, semplice e piacevole. Una lettura poco impegnativa ma che viste le aspettative non mi ha deluso.

Così ho riflettuto. Come mai in 4 anni ho cambiato così radicalmente opinione, in primis ovviamente sul libro ma soprattutto su tutto quello che ne deriva? La risposta l’ho trovata, senza nemmeno doverci pensare troppo. Ringraziamo quelle due o tre persone di sesso maschile che mi hanno fatto cambiare idea così drasticamente. Grazie brutti minchioni.

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3 pensieri su “Katarina Mazetti – Il tizio della tomba accanto

  1. più che altro questi maschi bastardi sciovinisti ti hanno provocato danni cerebrali devastanti se dopo 4 anni ti rileggi un intero romanzo senza accorgerti che già l’avevi letto…

Un bel tacer non fu mai scritto: non censuro nessun commento (spam escluso) ma mi riservo il diritto di non rispondere.

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