Paola Mastrocola – La scuola raccontata al mio cane

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La Mastrocola quando parla di scuola e abbandona almeno un po’ il consueto tono nostalgico che da sempre la contraddistingue scrive anche cose interessanti. Certo, continuo a non essere d’accordo con lei, ma almeno mi sembra di non essere d’accordo con una persona ragionevole e non con un’invasata. (nota aggiunta dopo aver scritto il commento: ok, forse non è proprio così, capirete poi)

Sono tantissime le cose su cui avrei qualcosa da dire. Intanto, vabbè, la Mastrocola è pedante. Si sa che è così, è il suo modo di scrivere, quindi non è che mi posso lamentare. Ha sempre questo andi da maestrina che ripete le stesse cose in modo diverso per farle capire anche agli studenti più ciucci, ma, lo ribadisco (son pedante anche io), si sa quindi tutto sommato va bene così.

Passiamo al campo delle idee. La Mastrocola dice di aver preso spunto per questo libro dalle riforme avvenute negli anni ’90, in particolare quelle ad opera di D’Onofrio e Berlinguer (Luigi). Io mi sono diplomata nel 2004. Ho frequentato un liceo scientifico pubblico della mia città dal 1998/1999 al 2003/2004. Quindi in piena riforma. Io sono una diplomata figlia del recupero, dei debiti e dei crediti, del POF, dei corsi d’aggiornamento, dell’autonomia, dell’esame di maturità con il saggio breve documentato e compagnia bella. Ecco, a me sembra che ci sia qualcosa che non vada. Cioè o parliamo di due cose diverse, di due mondi diversi, oppure io non capisco, io non mi ci ritrovo. Non sto dicendo che la scuola non abbia dei problemi. Dico solo che i problemi non stanno lì. E francamente non mi va di sentirmi una specie di minorata mentale solo perché non mi sono diplomata 20 anni prima. Ho avuto degli ottimi insegnanti nonostante il recupero, nonostante i debiti e i crediti, nonostante il POF, nonostante i corsi d’aggiornamento, etc etc. Quindi, lo ridico, il problema non sta lì.

Poi la Mastrocola pensa che tutto ruoti intorno all’insegnamento dell’italiano e della letteratura. Guarda caso lei insegna quello. Ma io sono dell’idea che lei vorrebbe che si insegnasse SOLO quello. Le altre materie non esistono. E quando esistono non contano nulla di fronte a Virgilio. Per carità, legittimo pensarlo, però insomma forse una scuola superiore dovrebbe dare una formazione un filo più completa. Che poi lei è la prima a lamentarsi della scuola divisa in compartimenti stagni. Lei infatti auspica una scuola ad un solo compartimento: quello dell’insegnamento dell’italiano. E basta. Onestamente non si capisce come mai solo la letteratura (italiana) debba arricchire la persona, ma vabbè.

In una parte del libro la Mastrocola arriva a sostenere che chiunque può insegnare, basta che conosca bene ciò che insegna. No, mi dispiace, dissento. Saper insegnare è difficile e c’entra poco con la conoscenza. Saper insegnare implica il saper comunicare ma soprattutto il sapersi relazionare ad un gruppo sparuto di giovani, più o meno attenti, più o meno problematici, più o meno interessati. Ho come l’impressione che per la Mastrocola l’insegnante ideale sia un tizio che passi le ore a declamare il proprio sapere fregandosene di chi gli sta davanti (forse anche lei è così, evidentemente spera nel potere della telepatia). Questo succede all’università (non sempre) e per me non è insegnare ma far sfoggio del proprio sapere. Averlo lungo non significa saperlo usare. Così, per adoperare una metafora calzante e riassuntiva.

Io non sto dicendo che va tutto bene. No. Ci sono dei grossi problemi nella scuola di oggi. Però forse bisognerebbe uscire un minimo dal proprio orticello coltivato a Dante e Boccaccio e prendere in considerazione altri aspetti, come quello delle infrastrutture, del rapporto genitori-figli-insegnanti (la Mastrocola non parla quasi mai degli studenti e quando ne parla difficilmente usa toni lusinghieri, fate un po’ voi. Lo ripeto, lei secondo me auspica una scuola senza studenti, o con solo gli studenti migliori), dell’importanza della cultura (che raggruppa in sé tante cose) nella società di oggi, dell’importanza dell’educazione e dell’esempio che viene dato in famiglia, e così via. Ma non mi può dire che siccome non può scegliere l’antologia che vuole allora tutto va in malora. Perché le antologie divise per tematica le abbiamo usate tutti e nessuno si è visto privare di chissà quale luce intellettuale per non aver iniziato con l’Eneide il primo giorno della prima superiore.

Il guaio dei libri della Mastrocola è che c’è solo la Mastrocola. Lei vuol far intendere di parlare per tutti, ma in realtà parla solo per sé. Ed è sconfortante, perché almeno potrebbe dedicare un briciolo di attenzione ai suoi studenti, invece non sono pervenuti. E in questo suo essere nostalgica si intuisce perfettamente una cosa molto semplice, cioè che il problema non sono le riforme, ma il fatto che per colpa di queste lei non possa agire liberamente e fare quello che le pare. Non pensa che la scuola (e per scuola intendo il singolo istituto) sia un organismo complesso formato da varie persone. No, c’è lei e basta. Lei che vuol parlare di quello che vuole. Lei che considera dei mezzi deficienti quelli che non amano ciò che ama lei. Il titolo più giusto per questo libro sarebbe stato infatti “La scuola come la vorrebbe la Mastrocola spiegata al suo cane, l’unico essere vivente preso in considerazione dalla Mastrocola, oltre che se stessa medesima”.

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12 pensieri su “Paola Mastrocola – La scuola raccontata al mio cane

  1. perche’ poi dovrebbe raccontare la scuola al suo cane ???

    lo fa perche’ il cane non puo’ rispondere mentre gli altri interlocutori si ???

    bah

    • Insomma, qua c’è il terremoto e non è il massimo… ma a parte quello, poca voglia di scrivere, ecco perché sono assente da un po’.

      Comunque sono sempre piuttosto attiva su twitter, 140 caratteri riesco a metterli assieme!

Un bel tacer non fu mai scritto: non censuro nessun commento (spam escluso) ma mi riservo il diritto di non rispondere.

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