Marco Presta – Un calcio in bocca fa miracoli

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Finalmente un gran bel libro. Italiano. Finalmente. FINALMENTE CAZZO.

Ancora più bello perché non te l’aspetti. Almeno, parlo per me. Marco Presta so chi è (fra l’altro è anche un bell’uomo perché ha il facciotto furbo e simpatico), ma non lo ascolto per radio (sono piuttosto abitudinaria in tal senso) per cui la mia expertise su di lui è abbastanza limitata. Lo so lo so che non vuol dire niente ma è da tre giorni che voglio usare la parola expertise e qua tanto male non ci stava.

Gran bel libro. Ecco, uno legge il titolo e pensa a un romanzo un po’ cinico, cattivo, stronzo, sì, stronzo. E’ così, non le manda mica a dire, poi però ogni tanto si lascia andare a momenti di poesia unici, poesia vera, non quella di Bondi. Infatti quando potrebbe dedicare due righe “poetiche” al silenzio (tema abusatissimo) se ne esce con…

Il silenzio è la cosa più straordinaria che esista in natura, lo si può interpretare in chiave filosofica e artistica ma alla fine è costituito semplicemente dall’assenza di rompicoglioni nelle vicinanze.

Infatti. Si rimane sorpresi, incantati, perché in fondo a scrivere romanzetti aggressivi e gagliardi (da leggersi “gajardi”) sono un po’ capaci tutti, ma ad inframmezzarli con brevi brani delicati e teneri mica son buoni tutti.

Francesca mori un’estate di molti anni fa, aveva cinquantasette anni. Si era ammalata di quello che all’epoca veniva definito «un brutto male», come se ne esistessero di belli.
Se ne andò con grazia, anche se non credo che riuscirò a farvi capire quello che intendo con questa parola.
Rimase bella fino all’ultimo, la carnagione, gli occhi, la voce. Non riusci a evitare la resa, ma il saccheggio si.

Io qua mi sono commossa, ma davvero, come una cretina. Perché a volte bastano tre parole in croce per dire tutto quello che si ha da dire, senza star lì a menarla tanto per le lunghe (appunto mentale: applicare questa cosa al blog. Ok, recepito). I momenti migliori, da questo punto di vista, sono quelli rivolti agli anni di vita vissuta insieme da Armando, migliore amico del protagonista, e la moglie, Francesca (non ho spoilerato niente, il piccolo stralcio lì in alto è presente a pagina 15 mi pare).

Lei non lo sedusse, lui non la conquistò. Fu semplicemente il confluire naturale delle loro vite.

Joseph Goebbels, ministro della propaganda del Terzo Reich, e plenipotenziario per la mobilizzazione alla guerra totale, ebbe sei figli, i miei amici [n.d.M.D.: Armando e Francesca] nessuno.
Vedete un po’ voi.

Bellissima la pagina in cui il protagonista vuole capire se il matrimonio tra i due è solido oppure no.

Guardarli vicini ti dava l’impressione di aver terminato un puzzle.
Una volta, all’inizio della loro unione, provai a vedere se tutta quella perfezione avesse anche una certa consistenza. Ci sono armadi bellissimi a vedersi. Poi li tocchi e ti accorgi che è tutto truciolato.
Un pomeriggio passai a trovare Francesca, era sola in casa con la sorellina che faceva i compiti.
Improvvisamente, mentre lei parlava di fagiolini all’agro (lo ricorderò sempre), le misi una mano sul seno.
Provai una sensazione stranissima, come quando prendi il cacciavite sbagliato. Quella mammella non era fatta per essere contenuta dalla mia mano. Si trattava di una cosa contro natura: un gatto che mangia la lattuga.
Francesca non si arrabbiò, nel suo sguardo non c’era indignazione né rimprovero.
Mentre aspettava che togliessi la mano, i suoi occhi erano pieni di comprensione. Non disse niente ad Armando e non parlammo mai più di quello che era successo.
Quell’armadio era in massello.

Il protagonista l’è ‘n numar, come si direbbe dalle mie parti. Un vecchio scassacoglioni, un archetipo di vecchio (o prototipo), se si pensa alla vecchiaia viene in mente un uomo così, parlo di vecchiaia vera, non di quella romanzata che vuole i vecchietti andare in bicicletta tra i campi di lavanda canticchiando “Come pioveva” di Achille Togliani. Ma sì, in fondo io penso che la vecchiaia esasperi le note negative di una persona, non è che ti migliora o ti rabbonisce.

Sono un vecchiaccio.
Dovrei dire che sono una persona anziana, come mi hanno insegnato i miei genitori per i quali chiunque, anche un infanticida antropofago, arrivato a una certa età meritava rispetto.
La verità, però, è che sono un vecchiaccio.

Ecco appunto.

Esseri prevenuti è un atteggiamento che mi sento di consigliare a tutti, si risparmia un sacco di tempo. Io lo sono stato e lo sono tuttora, con risultati davvero soddisfacenti.
Ad esempio, non mangio le cozze, non le ho mai assaggiate per il semplice motivo che, al solo guardarle, mi disgustano.
«Sei prevenuto! » mi gridava mia madre. E vero, per fortuna.
Perché perdere tempo a cercare di comprendere una persona, quando ti dà immediatamente, chiara e splendente, la sensazione di essere un cretino ? Con ogni probabilità lo è davvero. Di esseri umani da conoscere e di pietanze da mangiare ce n’è a bizzeffe, non è il caso di sprecare energie con tutto ciò che, al primo impatto, non ci ha fatto una buona impressione.

Ho finito il libro un paio di giorni fa ma lo recensisco solo ora. Un po’ mi manca. Non mi capita spesso. Però questo protagonista mi manca. Mi mancano i suoi pensieri (che generalmente ho condiviso al 100%, sono una vecchiaccia anche io), il suo essere assistente di Armando/Cupido, l’infoiamento per la portinaia (che in realtà svela tutta la pena del diventare vecchi). E’ un romanzo godibile, ironico, ma anche inaspettatamente dolce e tenero, sono stata conquistata, e senza bisogno di un calcio in bocca letterale.

ps. so che questo pezzo ha fatto la gioia di Cambianeve, ormai la conosco! Dialogo sulla scuola.

Il mio vecchio scroto dà segni di vita. Cominciano a girarmi i coglioni.
– … hai meritato cinque, hai meritato nove… ma che significa? Che vuol dire? Sei d’accordo, tesoro?
Sta dicendo una stronzata dopo l’altra e comunque, leggesse pure il Vangelo, ha usato la parola «tesoro».
– … non lo so, io credo di essere un uomo aperto, moderno… anche se non sono più un ragazzo…
Se aggiunge «ma dentro mi sento vent’anni» gli dò un cazzotto in bocca. È una delle frasi più insulse che un anziano possa pronunciare. Se a quell’età sei ancora banale e indolente come un ventenne, vuol dire che non t’è servito a niente campare, invecchiare, veder cambiare le cose intorno a te.
– … ecco, il voto, sinceramente, è proprio una cosa che andrebbe abolita… oggi come oggi, a che serve?
– A evitare che un cretino qualunque, un somaro, si diplomi, poi si laurei e infine diventi il cardiochirurgo che un bel giorno ti opererà a cuore aperto, mandandoti al creatore… ecco a cosa serve.
Non ho resistito, mi sono insinuato come un’infiltrazione di muffa nel loro discorso.
– … e che vuol dire ? – balbetta il barista, che non si aspettava un attacco dall’androne del palazzo, come la Francia non se lo aspettava dalle Ardenne. – Il voto mica sempre riconosce il vero valore… e poi gli insegnanti vanno a simpatia… Einstein andava male in matematica, per dire…
Questa l’ho sentita dire un milione di volte. Il giovane Einstein una volta avrà studiato poco per uscire con una ragazza e questo stupido episodio è diventato un alibi per milioni di zucconi in tutto il mondo. In Italia invece, a differenza della Germania ai tempi del giovane Einstein, siamo pieni di geni compresi.
– Per mandare a casa le mezze calzette che trovi in ogni posizione chiave del Paese, serve un sistema basato sulla meritocrazia. Per riconoscere il merito, è necessario un sistema di valutazione. Lo vogliamo chiamare voto, chiamiamolo voto, ma se preferisci Antonietta, chiamiamolo Antonietta. Ci vuole un’Antonietta per stabilire se quello studente, che domani farà parte della classe dirigente, si sta preparando seriamente o se pensa soltanto a trascinare sul sedile posteriore della macchina qualche sgallettata.
– Mi sembra che tu non abbia una grande considerazione dei giovani, – dice l’uomo che ha basato sulla pedagogia tutti i suoi caffè macchiati, – scusami se te lo dico, ma… il tuo modo di pensare mi pare un po’ reazionario…
– Sentimi bene, piccolo Lenin… il voto è la cosa più di sinistra che si possa immaginare… in un sistema onesto, dove le regole del gioco sono rispettate, un buon voto è il solo modo che il figlio dell’operaio ha di scavalcare il figlio del padrone.
– Tanto alla fine il figlio del padrone, anche se è una testa di minchia (il barista sta uscendo al naturale), il posto di lavoro importante se lo becca lui !
– E sai perché? Perché ci hanno convinto che il cinque e l’otto sono la stessa cosa e non bisogna farci caso… che non esistono bei film e film di merda, ma è solo una questione di gusti… che non è poi necessario avere una bella canzone per partecipare al festival, basta essere un personaggio interessante… niente regole… ed è cosi che il figlio del padrone, per continuare con questo linguaggio da osteria di Reggio Emilia negli anni Cinquanta, al figlio dell’operaio glielo metterà sempre in culo, perché in fatto di appoggi e conoscenze non lo frega nessuno… Io invece penso che se sei una testa di legno, pure se papà è un pezzo grosso, non devi fare né il ministro né l’imprenditore, per il bene di tutti… è meglio che fai l’idraulico… o magari il barista.

Murakami Haruki – 1Q84

Libro 1 e 2
Aprile – Settembre

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Davvero difficile parlare criticamente di questo romanzo. Intanto perché è incompleto, manca il seguito che uscirà più avanti, quindi per tirare le somme definitivamente sulla storia bisogna aspettare. E poi perché è un libro che posso giudicare solo per le sensazioni che mi ha trasmesso. Ed è una cosa che odio fare. Mi viene in mente la Ventura a X Factor  che dice banalità come “Mi sei arrivato molto” e non mi piace. Però con questo romanzo è d’obbligo. Non me la sento di parlare della trama, ho messo a dura prova la mia carente sospensione dell’incredulità pur di proseguire nella lettura, e nemmeno mi sento di parlare della scrittura, Murakami è bravissimo ma si sapeva già (complimenti comunque al traduttore, non deve essere stato semplice).

Sensazioni. E’ un romanzo avvolgente che ti prende di peso dal divano e ti trascina nel mondo in esso contenuto, nei mondi, per meglio dire. Sono nel 1984 o sono in 1Q84? La realtà è sempre una sola, dice il tassista ad Aomame nelle prime pagine, non bisogna lasciarsi ingannare dalle apparenze, ma cos’è la realtà? Non sto parlando della vita vera, ma del romanzo, beninteso. La realtà è quella di Tengo? Oppure è quella di Aomame? “La crisalide d’aria” è il libro di cui si parla nel romanzo o è il romanzo stesso, “1Q84″? Non lo so. Non lo so. Non so nemmeno come mai mi sia piaciuto così tanto, non me lo so spiegare. E’ semplicemente un libro che cattura dall’inizio alla fine, non è un romanzo che si comprende fino in fondo, probabilmente tutti quelli che l’hanno letto ad un certo punto farebbero molta fatica (leggasi, non sarebbero capaci) a raccontare di cosa parla, a riassumerlo (farne la scheda libro sarebbe un incubo).

Quello che apprezzo di più, soprattutto per quanto riguarda i romanzi, è non riuscire a comprenderli completamente.

E’ un romanzo che rende l’esperienza del leggere molto personale, fatta di sensazioni, di percezioni, di qualcosa che va molto oltre e che dunque non si sa spiegare. E’ sicuramente un libro fuori dall’ordinario.

Se dovessi definire la gamma di emozioni che ho provato, partirei dalla malinconia e arriverei fino alla sorpresa (che lo so che non è un’emozione, ma si è capito). La malinconia è accentuata dall’avanzamento lemme lemme della narrazione, che procede lentamente a piccoli passi e che però non stanca, non annoia (almeno, io non mi sono annoiata). Malinconia fa rima con amore (beh, non letteralmente), questo amore tra Tengo e Aomame, un amore inspiegabile perché lontanissimo dalla nostra idea di amore, lontanissimo dalla realtà e dal comune sentire. E’ arduo comprendere lo struggimento di entrambi, sono quegli amori letterari in cui è impossibile riconoscersi. Sorpresa perché Murakami crea un mondo e lo maneggia come se fosse un mondo tangibile, non immaginario, per cui ogni tanto capita di rimanere letteralmente imbambolati balbettando “Mah beh cioè allora eh mah oh”, perché io tante cose mica me le aspettavo.

Forse la frase più importante che la storia insegni agli uomini è “A quel tempo nessuno sapeva ciò che sarebbe accaduto”.

Non solo la storia lo insegna, ma anche questo romanzo. Non tanto per lo svolgimento (anche se sfido chiunque a dire “Sì io lo sapevo che le cose stavano così”, ma mi faccia il piacere!), quanto per la malia che attrae costantemente il lettore.

Murakami è talmente bravo che può permettersi di tutto. Di solito lo dico per quelli che scrivono bene, ma con lo scrittore giapponese è un po’ diverso. Certamente scrive bene (anche se ho il piacere di leggerlo solo in traduzione), ma può permettersi di tutto perché sa come sconvolgere i sensi del lettore, sa come scrivere romanzi che si sentono leggendoli piuttosto che romanzi che si leggono e si capiscono. Insomma quando se ipnotizzato colui che ti ha reso così può anche farti le pernacchie in faccia che non te ne accorgi, ecco, con Murakami è uguale. Questo libro potrà anche essere un’enorme gigantesca pernacchia, resta il fatto che io non me ne sono accorta, ero troppo presa a lasciarmi cullare dalla sua magia.

Alessandro Manzoni – I Promessi Sposi

E’ la prima volta che scrivo una recensione sul mattonazzo manzoniano (scusa Alessà, ma è davvero un mattonazzo). Sono un po’ emozionata, bisogna dirlo. Mi sono ritrovata a doverlo rileggere integralmente a 25/26 anni e non è una cosa che capita a tutti. All’inizio l’idea di dover riprendere in mano il malloppone curato dalla Gilda Sbrilli (mi vengono in mente pochissime combinazioni nome + cognome migliori di questa, Gilda Sbrilli è una combine luccicante, sbrilluccicosa appunto) mi faceva star male, però poi mi sono fatta coraggio e mi sono imbarcata nella titanica impresa. Forse per molti non è così, però la sottoscritta, che notoriamente è allergica ai classici, l’ha percepita in questo modo.

Sarà dunque una recensione non da liceale che odia il romanzo a prescindere, ma un commento di una donna adulta (che sarei io), lettrice critica e perfettamente adeguata al ruolo.

A me, questo mattonazzo, piace. Non c’è niente da fare. L’ho odiato eh, l’ho odiato più che profondamente, c’ho versato sopra lacrime, sangue e pure numerosi improperi, però mi piace. Va bene, è datato, è pesante, le pagine sulla peste sono una palla micidiale, va bene tutto, però leggerlo studiando meglio allo stesso tempo la figura dell’autore (non per essere immodesta ma attualmente sono ad un passo dal conoscere il numero dei peli del culo di Manzoni) e uscendo un po’ dai soliti canoni propinateci negli anni lo rende diverso, magari non migliore (oh se a uno non piace non piace), però diverso sì.

Bisogna partire da un presupposto che nemmeno io avevo mai preso in considerazione: Manzoni non è nato e morto bigotto, cattolico, cacciapalle. Cresciamo con questa convinzione, che Manzoni sia stato una specie di monolite, un concentrato immutabile di certezze antiquate. In realtà non è così. Manzoni per i primi 20/25 anni della sua esistenza è stato anticattolico, anticlericale. Lo spostavano da un collegio all’altro con una velocità impressionante. L’hanno dovuto mandar via da Milano perchè troppo dedito alla bella vita e al gioco d’azzardo. Ha vissuto un numero impressionante di lutti, molti più di quelli che una persona normale naturalmente vive, gli sono morte due mogli, un numero imprecisato di figli (forse una decina, compresi quelli nati morti), amici. Ha vissuto la Rivoluzione Francese (era un bambino ok, però era già nato quando c’è stata), l’ascesa e il declino napoleonici, la Restaurazione, il Risorgimento, l’Unità d’Italia. Non si può pensare che un intellettuale, a quell’epoca stimato dal mondo intero (voglio dire Verdi ha composto un requiem ad un anno dalla sua morte, ha avuto una corrispondenza con Goethe, , del suo calibro sia stato un sempliciotto arricchito che una mattina si è svegliato e, dal momento che non hai mai avuto bisogno di lavorare, si è messo a scrivere un romanzo su due contadinotti lombardi e per fare il figo c’ha infilato dentro la Provvidenza che fa tanto new age.

Non ho voluto scrivere tutto questo per far sapere al mondo quante ne so (in quel caso avrei parlato direttamente del famigerato matrimonio di Manzoni, costatomi una sonora bocciatura al primo appello), penso solo che sia importante leggere un’opera come i Promessi alla luce della biografia del suo autore. Per carità, io sono la prima a pensare che ogni opera sia a sé e che non ci si debba perdere in chiacchiere, ma è un ragionamento troppo semplicistico per uno dei romanzi più importanti della storia della letteratura italiana.

E poi secondo me Manzoni è divertente. Ha un umorismo particolare, se vogliamo poco usuale, però quando vuole sa essere ironico e molto feroce. Quando descrive Don Abbondio lo è. Così come sono divertentissime le pagine dedicate a Don Ferrante e a Donna Prassede, una coppia di idioti. Don Ferrante, nel secolo di Keplero, di Galileo e di Evangelista Torricelli, crede all’astrologia, alla magia, alle scienze occulte; passa le giornate nella sua immensa biblioteca atteggiandosi da tuttologo (tipico atteggiamento dell’intellettuale “universale” del Seicento), sminuisce i veri grandi della storia e della filosofia. Alla fine muore di peste. Beh, logico, direte voi. Non proprio. Muore di peste ma non ci crede, alla peste. Invoca le stelle, strane congiunture astrali, formula ipotesi assurde e muore, proprio di quella malattia che si è ostinato a negare. Ora non mi si dica che questo non è un personaggio attuale. C’è gente che ancora oggi crede all’astrologia e si cura affidandosi al primo santone che incontra, c’è chi pensa di guarire il cancro con il rame e il rosmarino, non mi si può dire che Don Ferrante è un personaggio antiquato, è da sciocchi. Anche Donna Prassede muore di peste, Manzoni, a testimonianza della stima che nutre per il personaggio, conclude la di lei vicenda così

« Di donna Prassede, quando si dice ch’era morta, è detto tutto. »

Certo, questo è solo un siparietto, ci sono tante parti meno leggere, ben più lunghe e probabilmente poco comprensibili. Io non dico che bisogna saltarle, però se si legge un capitolo al giorno, ogni tanto due, in un mese il romanzo lo si finisce e non sembrerà così pesante. Purtroppo è un romanzo che ha subito il destino di tutti i libri passati per letture obbligatorie, non c’è niente da fare. Io con questa rilettura ho scoperto un romanzo diverso, pieno, ricco, ho scoperto un autore bravissimo nel curare il testo parola per parola (la famosa risciacquatura dei panni nell’Arno) e nell’intrecciare una vicenda che solo all’apparenza è poco complessa (in realtà i personaggi sono molti e la storia del seicento è stata studiata e approfondita largamente da Manzoni prima di essere messa per iscritto, anche da un punto di vista letterario, basta leggere l’introduzione con il manoscritto dell’anonimo). Non dico che bisognerebbe rileggere tutti i classici che la scuola ha reso indigesti, anche perchè non è detto che poi si cambi opinione (Madame Bovary l’ho detestato a 15 anni e l’ho detestato anche a 25), però qualcuno sì. E più classico dei Promessi Sposi cosa c’è?

Passo al finale. Il famoso finale senza idillio, etc etc. Questa è la fine, con la “morale”, chiamiamola così, il sugo della storia per dirla alla Manzoni

Prima che finisse l’anno del matrimonio, venne alla luce una bella creatura; e, come se fosse fatto apposta per dar subito opportunità a Renzo d’adempire quella sua magnanima promessa, fu una bambina; e potete credere che le fu messo nome Maria. Ne vennero poi col tempo non so quant’altri, dell’uno e dell’altro sesso: e Agnese affaccendata a portarli in qua e in là, l’uno dopo l’altro, chiamandoli cattivacci, e stampando loro in viso de’ bacioni, che ci lasciavano il bianco per qualche tempo. E furon tutti ben inclinati; e Renzo volle che imparassero tutti a leggere e scrivere, dicendo che, giacché la c’era questa birberia, dovevano almeno profittarne anche loro.

Il bello era a sentirlo raccontare le sue avventure: e finiva sempre col dire le gran cose che ci aveva imparate, per governarsi meglio in avvenire. – Ho imparato, – diceva, – a non mettermi ne’ tumulti: ho imparato a non predicare in piazza: ho imparato a guardare con chi parlo: ho imparato a non alzar troppo il gomito: ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando c’è lì d’intorno gente che ha la testa calda: ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d’aver pensato quel che possa nascere -. E cent’altre cose.

Lucia però, non che trovasse la dottrina falsa in sé, ma non n’era soddisfatta; le pareva, così in confuso, che ci mancasse qualcosa. A forza di sentir ripetere la stessa canzone, e di pensarci sopra ogni volta, – e io, – disse un giorno al suo moralista, – cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che sono venuti a cercar me. Quando non voleste dire, – aggiunse, soavemente sorridendo, – che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi.

Renzo, alla prima, rimase impicciato. Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione, benché trovata da povera gente, c’è parsa così giusta, che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia.

La quale, se non v’è dispiaciuta affatto, vogliatene bene a chi l’ha scritta, e anche un pochino a chi l’ha raccomodata. Ma se in vece fossimo riusciti ad annoiarvi, credete che non s’è fatto apposta.

Qual è il punto? C’è chi i guai se li va a cercare, però i guai capitano anche a chi sta attento, a chi è cauto. Manzoni parla di fiducia in Dio per accettarli meglio, questi guai, quando non siamo noi a causarceli. Io non sono religiosa, quindi la fiducia in Dio la lascio a qualcun altro, però sono convinta che la vita sia questione di atteggiamento, di testa, di modo in cui la si prende. Ecco, io tolgo la parte “li rende utili per una vita migliore” e sostituisco “fiducia in Dio” con “attitudine positiva alla vita”, così io e Manzoni siamo d’accordo.

Oh se vi ho annoiato non ho fatto apposta!

Lisa Kleypas – Magia di un amore

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Scritto due giorni fa, appena iniziato il romanzo.

Primo pene eretto a pagina 26.

E’ vero che non si vive di solo pene, ma Lisa mia con questi rigonfiamenti nelle parti basse mi fai quasi cambiare idea!

Proseguo nella lettura va là.

E c’ho le prove!

Orbene, il libro l’ho terminato. Lisa, ora te lo posso dire, FINALMENTE!!! cazzo, FINALMENTE!!! Era da un po’ che non leggevo un tuo libro così bello (sì io le do del tu e le parlo direttamente, che non si può? Katie Fforde mi ha risposto su Twitter quindi ora faccio un po’ come mi pare). Intanto, ringraziamo il cielo, non hai inserito la solita fregnaccia gialla, la solita puttanata del mistero da risolvere, con rapimenti e boiate varie, grazie grazie grazie. Sì vabbè c’è un piccolo incendio, una robettina che spunta dal passato, ma ci passiamo sopra, vai così Lisa, dabon. E poi resta da capire come uno perennemente ubriaco possa anche essere sempre infoiato e pronto sull’attenti, ma sì, cosa vuoi che sia, siamo pur sempre nell’800, altra epoca, o tempora o mores!

E poi, le sporgenze dure stavolta sono due! San Gennaro c’ha fatto la grazia. Non un uomo perfetto, bensì due! E, dai, lo dico, perchè non mi so trattenere, esiste al mondo qualcosa di più maschio muschiato di un ex stalliere fisicato e ricco come la pupù? Chissà com’è che tutti i mestieri interessanti finiscono per “iere”, stalliere, pompiere, banchiere, infermiere (mano santa per le iniezioni!), approfondiremo la questione.

Tornando al libro, bello bello, sì mi è piaciuto. Appassionante, si legge davvero in un battibaleno, siamo tornati su livelli più alti rispetto agli ultimi libri letti (e per “ultimi” non intendo necessariamente in ordine cronologico di pubblicazione, giacché, è ben noto, che spesso la pubblicazione di questi libri scazza a piacimento).

Lisa continua così ok? Io i tuoi libri li compro sempre, no matter what, però voglio farti capire quanto sia importante la mia approvazione. Loviu.

Allen Zadoff – Fame. Cose che ho imparato nel mio viaggio da grasso a magro

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Tra un anno mi piacerebbe poter dire che questo libro mi ha cambiato la vita. Non so se sarà così, me lo auguro.

In questi giorni è stata la svolta. Ciò che mi ha impedito di fare una cazzata grande come un baobab centenario, ciò che vorrei desse inizio al mio cambiamento, alla mia guarigione.

Lo dico subito, non è un libro per tutti. Io lo vorrei che lo fosse, davvero. Ne ho acquistate immediatamente due copie (quelle che ho trovato scontate) da regalare in futuro perchè vorrei che alcune persone che conosco lo leggessero per provare a capirmi. Ma non posso pretendere che gli altri capiscano come sto perchè sono io a volerlo, è assurdo. Ma siccome sono spesso egoista lo regalerò sperando in altruistici slanci di comprensione. E nel mondo c’è così poca empatia verso le persone grasse che davvero è un libro che probabilmente andrebbe sprecato in certe mani.

Attenzione, non si parla di chi pesa 70kg e vuole arrivare a 60. Si parla di chi pesa anche un quintale in più. Io non ho nulla contro chi pesa 70kg e ne vuole perdere 10, beato lui. Ma non abbiamo niente in comune, non condividiamo lo stesso problema, non abbiamo nulla da spartire. L’avere dei chili da perdere (anche se un conto è doverne perdere 10, un conto 50, c’è una bella differenza) non significa nulla. Chi pesa 70 kg e vuole dimagrire si compri il libro di Carr, non “Fame” di Zadoff.

Non è un manuale di auto aiuto, non è una guida per dimagrire, dice, in modo semplice, diretto, persino scontato, tutto ciò che vive, prova, sente, una persona gravemente obesa e mangiatrice compulsiva. Non è il libro che avrei voluto scrivere io. Non ne sarei stata in grado. Sono felice che qualcun altro l’abbia fatto. Ad ogni capitoletto mi sono ritrovata prima ad annuire, a dire “Sì è vero, è proprio così”, poi a sorridere per essere stata smascherata, infine a piangere perchè essere messi a nudo fa sempre un po’ male. Mi sono sentita una bambina, lo sono effettivamente. Essere grassi fa sì che si cresca solo fuori ma dentro si rimane piccoli. Per cambiare qualcosa, bisogna crescere.

Parla veramente di tutto, io c’ho visto il mio mondo. Parla delle infinite diete fatte (è un bello schiaffo alla dieta “tradizionale” e onestamente io penso che l’autore abbia proprio ragione), del rapporto malsano che si crea con il cibo, parla di malattia, malattia già, parla dei rapporti con il resto del mondo, dell’universo di una persona orrendamente grassa in perenne guerra con ciò che la domina, ciò che la sovrasta: il cibo. Il cibo, finché uno non cambia qualcosa nella propria testa, vince sempre. Ci si mette a dieta, si perdono persino dei chili, ci si illude di aver vinto la guerra, ma in realtà è solo una misera battaglia, la guerra la vince il cibo. Ammetterlo è fondamentale. Ammettere di essere meno forti di un sacchetto di biscotti è dura da mandare giù, è terribile, è pazzesco essere vinti da una confezione di Abbracci Mulino Bianco, ma è così. E’ una vita d’inferno. Passare 24/7 a pensare al cibo, al prossimo pasto, chi non ha mai vissuto una cosa del genere non può minimamente capire. L’ossessione per il mangiare è qualcosa che ti porta via tante di quelle cose da accorgersene troppo tardi. Affidare al cibo la propria vita, la propria serenità, il proprio equilibrio uccide. E non in senso figurato, uccide sul serio, fa morire. Perchè ci si supera costantemente, perchè il cibo non è mai abbastanza, se prima bastava un panino domani ce ne vorranno due, fra una settimana tre. E’ una fame atavica, d’affetto, di pace, di equilibrio (rimarco questa parola perchè per me il cibo è quello, è ciò che sta dall’altra parte della bilancia a due bracci e che tiene in equilibrio la mia esistenza) che non si sazia mai. Questo libro è tutto questo, e parecchio di più.

Ci sarebbero molte cose da scrivere, ho molte cose da scrivere, lo farò perchè più che con il libro hanno a che fare con me, in particolare il discorso della malattia, tempo al tempo e scriverò tutto quanto.

ps. l’autore è stato realmente grasso, fino a superare i 160 kg, non è un esperto improvvisato, un medico, uno scienziato, parla semplicemente di quello che ha vissuto e di quello che ha capito sulla propria pelle.