David Whitehouse – Buon compleanno Malcolm

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Malcolm è un bambino vivace e intelligente, e la sua famiglia si aspetta grandi cose da lui. Ma il giorno del suo venticinquesimo compleanno Mal va a letto, deciso a non alzarsi mai più. Il suo corpo si trasforma in una massa informe di carne e pieghe, imbottito dei pasti infiniti che la madre gli serve senza sosta. Attorno a lui cresce la curiosità morbosa dei mass media, mentre l’ex fidanzata, i genitori e il fratello cercano, in un modo o nell’altro, di dare un senso alla loro vita e alla folle ostinazione di lui. Buon compleanno Malcolm è il ritratto di una famiglia impossibile da dimenticare, un libro surreale sulla gioventù perduta e le aspettative tradite.

 

 

 

 

 

Libro difficile da recensire. Me li scelgo sempre bene, non c’è che dire. E’ difficile parlarne, sì, perché uno legge la trama e non ci vede un romanzo. Ci vede un’orrida storia adatta a RealTime. E invece no, è un romanzo bellissimo, un romanzo che parla di amore soprattutto, non l’amore banale dei tramonti, ma l’amore quello che catalizza le vite che ne sono travolte, l’amore che dà un senso, vero e profondo, a quello che facciamo. E’ un amore totalizzante e malato, è vero, ma è una forma d’amore che cerchiamo e al tempo stesso rifuggiamo. Malcolm decide di coricarsi e di non alzarsi più. E da quel momento diventa l’enorme ombelico del piccolo mondo che lo circonda, mondo che pare trovare un senso solo in lui, in Malcolm, a partire dal protagonista voce narrante (di cui non conosciamo il nome, bizzarro), fratello di Mal. Perché lo fa? Eh, chi lo sa. Perché non si è in grado di trovare un senso alla propria di vita, per rifuggire dalla banalità delle vite altrui, “non potevo restarmene a guardare e accontentarmi di una vita di verbi all’infinito. Risparmiare. Pagare. Fare figli. Lavorare. Ma vivere, quello mai.”

E’ un romanzo anche sul diventare adulti, sul crescere, sullo scendere a patti con le speranze infantili e giovanili, sulla cruda realtà del mondo dei cosiddetti grandi e in questo senso è un romanzo molto crudo, quasi spietato per chi ci sta passando; chi ci è già passato guarderà il tutto con tenerezza e comprensione.

Io avevo deciso di leggerlo perché (ebbene sì, sono monotematica) parlava di obesità, ma è un’obesità talmente estrema e rara (se non unica, Malcolm pesa oltre 600 kg) che l’argomento paradossalmente passa in secondo, terzo, quarto piano. Però c’è un paragrafo che mi ha colpito tantissimo, mi ha fatto arrabbiare prima e quasi piangere poi.

Obesità patologica. Patologica. Nessun’altra condizione umana è già preconfezionata e introdotta da un giudizio implicito. Questo perché, almeno tecnicamente, è una patologia autoimposta. Ciò implica l’esistenza di un altro tipo di obesità, forse di tipo giocoso, o obesità allegra. Il tipo di obesità che i single di mezza età con un buon senso dell’umorismo hanno per un breve periodo di tempo, prima che diventino così enormi – e quindi impossibili da amare – da essere classificati come morbosi. Se Mal fosse morboso oppure no, era difficile a dirsi. Obesità egoista sarebbe stata con ogni probabilità una definizione più appropriata.

Ognuno ha le sue debolezze, già.

Non è un romanzo banale, anzi, è un romanzo con una storia molto particolare che non sono sicura possa piacere a tutti, sia per le descrizioni abbastanza dettagliate dei problemi di Malcolm (che vi potete immaginare, pesando oltre 600 kg) sia perché è difficile coglierne il senso durante la lettura, tutto torna, come si suol dire, alla fine. E’ il romanzo d’esordio dell’autore che fa promettere benissimo per il futuro, questo è indubbio.

Fabio Geda – La bellezza nonostante

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E’ un libricino piccolo piccolo, scritto a mo’ di monologo recitato da un maestro che per trent’anni ha lavorato al carcere minorile Ferrante Aporti di Torino. E’ un libro forse troppo breve, ma immagino sia una scelta ben precisa, perché non penso che l’intenzione fosse quella di raccontare ma di lasciare brevi tracce, impressioni punteggiate qua e là su un tema, quello della detenzione minorile, che mi sembra non sia molto trattato. Ed è un peccato, perché è un argomento che merita, che deve porre tanti interrogativi e che mi fa piacere abbia l’attenzione di persone sensibili ed umane come lo stesso Geda e come i maestri, marito e moglie, che ha incontrato all’interno di un progetto nato al Salone del Libro di Torino.

La forza del libro sta sicuramente nello stile, Geda ha un modo di scrivere molto lieve, delicato, soave, non serve specificare che a me piace molto, e anche nell’impostazione “grafica”: ho letto questo libro in formato ebook e ogni tanto c’erano delle pagine bianche con una breve frase scritta in un font diverso e più piccino, ho chiesto su Twitter all’autore ed il libro è proprio così; solo che nell’ebook si leggevano male, sul formato cartaceo fanno tutt’altro effetto. Le foto invece si vedono molto bene anche nell’epub. Sì nel libro sono presente svariate foto del progetto “Dentro… Immagini dal mondo degli Istituti Penitenziari Minorili Italiani”, coordinato da Enzo Obiso e realizzato dagli studenti del corso triennale postdiploma in fotografia, IED, Torino, anno accademico 2008/2009.

Indispensabile è l’ascolto dell’audio-documentario “Per voce sola” (realizzato da Docusound all’interno del carcere Ferrante Aporti di Torino con la collaborazione di Fabio Geda. Le storie dei ragazzi e il lavoro quotidiano del maestro si intrecciano in un audio-racconto, in presa diretta, crudo e coinvolgente) accessibile online tramite un codice inserito nel libro stesso (sul sito si trovano alcune anteprime). E’ estremamente toccante, le voci dei ragazzi, con i loro accenti, le loro storie, non lasciano indifferenti.

Un plauso al titolo, il libro l’ho scelto quasi esclusivamente per quello.

Un maestro, in carcere, deve accogliere rabbia, disagio, dolore. Un maestro, in carcere, deve credere comunque nella bellezza, nella bellezza, nonostante tutto. E deve cercarla, anche lì, anche tra quelle mura. La bellezza, in carcere, è la solidarietà. È l’ultima sigaretta rimasta in fondo al pacchetto e passata tra tutti, un tiro ciascuno, e non saltare nessuno. È il saluto dei ragazzi, la mattina. È l’effetto che ha su di loro l’entrare in classe, uscendo dall’area sicurezza, perché così come l’area sicurezza li chiude così la classe li libera, svincola i pensieri.

La bellezza, in carcere, è un carotaggio dell’anima; reciproco.

Matteo B. Bianchi – Fermati tanto così

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Ho deciso di leggere questo libro per colpa (o merito?) di Matteo Bordone. Attenzione alla scelta dei verbi: “leggere”, non “comprare”. Perché io i libri di Matteo B. Bianchi li avevo già da parecchio tempo, questo ma anche “Generations of love” (che sto leggendo), “Apocalisse a domicilio” e “Esperimenti di felicità provvisoria” (per gli altri mi adopererò). Però chissà com’è chissà come non è non li avevo mai letti. Poi ogni tanto Matteo Bordone nominava Matteo Bianchi su Twitter, così passando davanti ai volumi nella mia libreria li ho visti e ho detto ma sì dai proviamo. E ho fatto bene!

Il preambolo inutile è finito, non vi preoccupate. E’ che se ultimamente non infilo Matteo Bordone in ogni discorso non sto bene.

Il preambolo è finito adesso, avete ragione.

“Fermati tanto così” è un libro estremamente delicato, intimo, positivo, divertente ma anche commovente, abitato dal protagonista (l’autore stesso) ma soprattutto dagli ospiti di Villa Azzurra, piccole persone che non si sa come sono sopravvissute alle brutture che la vita ha inflitto loro troppo precocemente: c’è chi è autistico e sempre rinchiuso nel suo impenetrabile mondo, c’è quello che chiama tutti per cognome (Taramelli!), c’è la bambina che ha subito terribili sevizie in famiglia (l’unica della famiglia ad averle subite), c’è il bambino che si vede circondato da mostri e pensa lui stesso di esserlo, un mostro, c’è Pamela che parla con una volgarità inaudita («Questo te lo ficco nel culo, puttana! Adesso vedi, ti apro in due, bagascia»). E poi ci sono le suore, che, se pure si sono un po’ lamentate del romanzo, secondo me non ne escono male, anzi, io ho letto del rispetto per quello che fanno. Un anno di servizio civile, ecco cos’è questo libro. Certamente è un libro che viaggia molto sul personale, non vuole essere un racconto universale, il che volendo può essere un limite, ma in realtà conferma una cosa che sostengo da tempo, cioè che se scrivi bene e se scrivi di cose che sai, che conosci, che hai vissuto alla fine il risultato è quasi sempre buono. Ok, forse non salterà fuori il romanzo del millennio, è vero, però il libro, come si suol dire, lo porti a casa.

Due parole sul titolo. Quello del romanzo è “Fermati tanto così”, Bianchi spiega alla fine il significato e vi lascio scoprire il motivo di questo titolo. Il romanzo però ha avuto vari passaggi, a quanto ho capito era uscito prima in versione “ridotta” nella collana MilleLire di Stampa Alternativa, poi è stato sistemato, riscritto praticamente dall’autore stesso per uscire nella versione definitiva che è questa. Il titolo originale, quello dell’edizione del 1993 era diverso ed era:

Non si può mica fare il bagno

con queste troie di onde

Che è un titolo spettacolare. “Fermati tanto così” è bello, ma “Non si può mica fare il bagno con queste troie di onde” è fenomenale.

La bambina autrice della frase qua sopra (e anche di quella sula bagascia), Pamela, è anche protagonista di questo episodio che mi ha fatto molto ridere.

Altre volte era l’invadenza della gente a lasciarmi stupefatto, la loro tendenza a trattare un handicappato come un gadget. Un giorno, al supermercato, giravo fra gli scaffali con Pamela per mano, quando ci è venuta incontro una signora con una serie di incomprensibili urletti. «Ma ciao! Amooore! Ma lo sai che sei un amoreeeee, eh?» Si riferiva alla bambina, ma il tono era quello con cui ci si rivolge a un pechinese. «Amore della mammaaaaa! La vuoi una caramellina, eh? Che carinaaaa!» Io ero impietrito da questa esplosione di smancerie assurde, soprattutto quando mi sono reso conto che neppure Pamela conosceva la donna. E mentre questa continuava con i suoi «Tesoro! Tesoro beeeellooo! Amoreeee!» la bambina mi ha guardato perplessa e mi ha chiesto: «Cosa vuole questa puttana da me?»

Veronica Pivetti – Ho smesso di piangere

La mia odissea per uscire dalla depressione.

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Libro difficile da recensire, difficilissimo. Ora, siccome non voglio parlare troppo dei cazzi miei (che già lo faccio abbastanza) proverò a scriverne per punti, sperando di incanalare ogni argomento in un punto ed evitare fastidiose tracimazioni emotive (le mie).

  1. La cosa più importante: mi è piaciuto moltissimo. Ok, potrei anche smetterla di scrivere ma non è da me. E’ proprio un libro che arriva dove deve arrivare. La Pivetti non è Calvino, non credo lei pensi di esserlo e non credo nessuno pensi che lei lo sia, quindi è un libro con tutti i limiti stilistici del caso. Però è un libro vero, è un libro che nella sua semplicità, nella sua schiettezza e nella sua vivacità dice quello che deve dire e lo fa con estrema efficacia.
  2. A me la Pivetti piace (questa Pivetti, la Veronica), ho visto qualche sua intervista fatta per promuovere il libro, ma l’ho letto per l’argomento trattato, non tanto perché l’abbia scritto lei. E questo secondo me è un po’ un problema per questo libro: ultimamente escono come nutrie impazzite un sacco di libri scritti da cosiddetti “vips”; all’inizio la cosa poteva anche risultare sorprendente, ma ora francamente è solo stancante. Non vorrei che questo libro pagasse lo scotto di essere scritto da una persona famosa e per questo ignorato o bollato come robetta da poco, mi dispiacerebbe. Secondo me, visto anche il tono ampiamente colloquiale, questo libro potrebbe trasformarsi in modo vincente in un monologo teatrale e forse avrebbe più considerazione.
  3. L’argomento trattato, la depressione, è un argomento estremamente delicato. Ecco, questo forse è un libro per chi è depresso, per chi lo è stato e per chi ha seguito da vicinissimo una persona depressa, gli altri temo non capirebbero. La depressione è una malattia piuttosto bistrattata, banalizzata e non capita. Chi è depresso si sente come qualcuno a cui hanno improvvisamente tolto la voglia di fare qualsiasi cosa, compreso lo sperare nel futuro, chi non è mai stato depresso spesso bolla questo stato come un capriccio fatto da persone che non hanno niente di meglio da fare. “Ah adesso è pure depressa? Eh beh certo, lo fa solo per attirare un po’ l’attenzione, la depressione è una moda ormai, e poi è capitato a tutti di sentirsi un po’ giù di morale”, frase tipica, segno di chi non ha capito un cazzo, ma forse non è colpa sua. La verità è che è difficile far comprendere a chi non è depresso cosa sia la depressione, non è un dolore fisico che si può trasmettere attraverso un pizzicotto, è proprio uno spegnersi dentro che è devastante per chi lo subisce ma che troppe volte trova poca considerazione da parte del prossimo (anche vicino, molto vicino).
  4. Capitolo dottori. La Pivetti ne cambia svariati. E’ che trovare il medico giusto è più difficile che trovar marito, per tutta una serie di motivi che vedono in campo in primis la competenza (esistono tanti medici incompetenti, viene da chiedersi come possa essere possibile non essendo medici abusivi e avendo studiato per 12 anni), poi l’umanità, la disponibilità, la chiarezza (ovvero lo spiegare bene al paziente con parole comprensibili cosa sta succedendo e cosa si andrà a fare), l’onestà, i deliri di onnipotenza. Io un dottore bravo come dico io ancora non l’ho trovato (otorino e oculista non valgono, non affrontano cose delicate da un punto di vista personale). Forse sono io che ho troppe pretese, Anacleto ad esempio si trova bene con tutti. Comunque potrei bonariamente definire il rapporto tra me e i medici che mi hanno visto come di odio reciproco, e non scherzo.
  5. Capitolo igiene personale. Mi ha fatto piacere trovare scritte certe cose, perché nella società di oggi c’è questa grossa ipocrisia per cui tutti dicono di lavarsi anche tre volte al giorno ma in troppi già alle 8 di mattina puzzano. Quindi o sono tutti depressi oppure le fobie igieniche portano le persone a dichiarare il falso pur di non essere additati come sozzoni. Quando sei depresso ti passa la voglia di lavarti, perché lavarsi è il livello minimo di dedizione verso la propria persona, il primo gradino che sancisce le basi per la cura del proprio corpo. E a me ha fatto piacere leggere che anche la Pivetti ha avuto la fase non solo di sciatteria ma anche di lerciume, perché è una cosa che non tutti hanno il coraggio di dire.
  6. Capitolo amicizia. La Pivetti ce l’ha fatta grazie alla sua amica, Giordana. Non è che esagero, è proprio così. Io lo so perché so che in certe fasi della propria vita non si ha bisogno di una normale amica, non bastano i soliti rapporti tra persone sane, serve che qualcuno si faccia carico di te e agisca come se fosse la tua badante, seguendoti in ogni cosa, prendendo decisioni per te, sostenendoti sempre e comunque. Purtroppo non tutti questo qualcuno ce l’hanno, per cui aumentano smarrimento e perdita di fiducia nel futuro.
  7. Capitolo animali. Come ho già scritto miliardi di volte, anche in questo caso, solo chi ha (o ha avuto) degli animali non trattandoli da animali ma da persone amate può capire. E la perdita di interesse verso i propri animali è un segnale da non sottovalutare, è la spia di qualcosa che è in corso. Si fa molto presto a rimanere delusi dalle persone e in generale dalla vita, ma è difficilissimo guardare con disinteresse le proprie bestiole.
  8. Capitolo medicinali. Io sono d’accordo con la Pivetti nel sostenere l’efficacia e l’importanza degli psicofarmaci, lei scrive una cosa del tipo “E’ qualcosa di chimico che si inceppa, per cui solo la chimica può rimediare”, ed è vero. Però, come lei, sono concorde nel dire che spesso gli antidepressivi sono prescritti con una facilità da lasciare a bocca aperta (spesso dopo valutazioni sommarie) e si lascia che il paziente li assuma per troppo tempo, quando si potrebbe iniziare a scalarli prima. Tre anni fa, per una serie di contingenze, mi sono ritrovata a dover vedere tre dottori nel giro di poco tempo, diciamo due settimane. Tutti e tre, dopo la prima visita, mi hanno prescritto degli antidepressivi, tre diversi. Non solo come nome, ma anche come principio attivo, come tutto. Forse volevano dirmi che sono depressa per tre? Probabile. Però come fai a fidarti quando una persona ti vede per dieci minuti e prima di uscire ti lascia la ricetta del Prozac? E scommetto lo fanno solo con gli antidepressivi, segno che anche i dottori la depressione la maltrattano tanto quanto le persone “comuni”.

Ho finito! Dai, non ho messo troppa me stessa, solo un po’, altrimenti sai che palle. Comunque, ribadisco, è un libro che consiglio, perché è divertente, comunica perfettamente quello che deve comunicare e fa sentire meno soli, è stata proprio una bella sorpresa (non crediate che non fossi scettica prima di iniziarlo, anzi). La Pivetti si conferma una donna ironica, intelligente, acuta e molto “di pancia” (per quanto pesi su per giù come un mio braccio) e lo fa in modo brillante, senza suscitare facili pietismi e mettendosi notevolmente in gioco.

Dawn French – La meraviglia delle piccole cose

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Sottotitolo: «Il libro che non ti aspetti»

Inizio con il dire che ho deciso di leggere questo libro alla cieca. Ho visto la copertina, ho letto il titolo, ok è fatta, non mi interessa di che parla, lo devo leggere. Titolo e copertina non c’entrano una mazza con il contenuto, ma davvero, rare volte mi è successa una cosa del genere.

E’ un romanzo per certi versi sorprendente, e lo dico con sorpresa (si capisce no che è stata un po’ una sorpresa?). Sono tre le voci (con i relativi diari) che si alternano, verso la fine se ne introduce una quarta. Madre, figlia maggiore, figlio minore. Il padre, il Pater, come viene chiamato, è una presenza assente: viene nominato più volte, ogni tanto interviene in qualche situazione ma per il resto è come se non ci fosse. Io questo fatto me lo sono spiegato piuttosto banalmente: è l’unica persona normale e positiva, per cui non merita grandi attenzioni. La madre è una psicoterapeuta (o qualcosa del genere) per bambini e adolescenti; è una donna estremamente lontana da me e per questo l’ho capita poco: cinquantenne, piuttosto confusa, con una madre che è proprio tutto il contrario di lei. Non è un personaggio simpatico, però è necessario.

I figli… inizio un paragrafo a parte per i figli perché, come si dice dalle mie parti, sono due numeri. Dora ha 17 anni ed è la classica adolescente, ma proprio la tipica diciassettenne capricciosa, piuttosto stupida, sgrammaticata, superficiale, intellettualmente miope. Dora ha come unica ambizione superare i provini di X-Factor. Dora deve scrivere una canzone per un esame a scuola e copia “Sweet Dreams” degli Eurythmics. Dora decide che deve dimagrire e fa una dieta a base di cibi bianchi, per cui per settimane si sfonda di cioccolato bianco, riso, budino alla vaniglia, latte, e si lamenta perché non dimagrisce. Io adoro Dora. E’ un personaggio che mi ha fatto fare più di una risata. Ma viene superata dal fratello, Peter, che però si fa chiamare Oscar perché sta vivendo una fase in cui si identifica completamente con Oscar Wilde. Oscar ricorda un po’ Kurt di Glee, me lo immagino così. Oscar ha 16 anni e indossa una giacca da camera broccata con pantofole in velluto. Oscar vuole spendere 50 sterline per un sigaro cubano che si abbini perfettamente al completo che vorrebbe indossare (ma che non può permettersi). Oscar è ovviamente gay e questo sembra non interessare a nessuno, è un romanzo molto moderno da questo punto di vista. Non ci sono traumi dovuti alla sua omosessualità, magari fosse sempre così.

Queste tre voci si danno il cambio e narrano vicende tutto sommato normali, scazzi al lavoro, scazzi a scuola, scazzi di cuore, non è quello che succede che conta, ma come viene raccontato e me è proprio piaciuto. Cioè non mi aspettavo una cosa del genere, ma è un romanzo che mi ha fatto ridere in più punti, anzi, più che ridere direi che fa “ghignare” (che parola aulica nevvero). La fine però non l’ho molto capita. C’è una svolta, per così dire, drammatica (anche se mi rendo conto è un aggettivo un po’ esagerato in questo contesto, diciamo seriosa va là) che a mio avviso stona un po’, anche se è utile per far terminare il romanzo, che altrimenti potrebbe durare in eterno.

Insomma è un libro leggero che consiglio, non so quanto sia popolare in Italia (io lo conosco perché l’ho visto per caso in libreria), però l’ho trovato inaspettatamente divertente e diverso dai soliti romanzi sulla famiglia.