Marco Franzoso – Il bambino indaco

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Questo è stato un libro di cui ho letto molto su Twitter. Mi sono lasciata convincere a leggerlo dal tam tam mediatico (ho sempre sognato di usare per iscritto questa espressione). A volte va bene, a volte va male. E’ andata male. A me questo romanzo non è proprio piaciuto. L’ho trovato triste (ma non nel senso di commovente), tetro, cupo, soffocante, greve. Probabilmente mi manca la sensibilità necessaria per capirlo (in realtà no, non è affatto vero, ma lo scrivo perché so che è una cosa che mi potrebbe scrivere chi non è d’accordo con me), ma io l’ho trovato anche per certi versi assurdo. Meno male che l’ho preso in biblioteca, ecco, ho continuato a pensarlo mentre lo leggevo.

Vi dico cosa c’ho visto io: ho visto un uomo moscio che sposa una sciroccata e decide di farci un figlio, che guarda un po’ ha dei problemi (perché guarda un po’ se ti tirano su una sciroccata e un moscio non è che cresci bene). La sciroccata muore subito (il libro si apre con il capitolo sul ritrovamento del cadavere, tanto per rimanere allegri), grazie al cielo, tanto non farete che odiarla per tutto il romanzo, il sapere che è morta è consolatorio. Morale della favola: non fate i figli con le sciroccate, specialmente se siete mosci. Morale della mia favola: non leggere libri solo perché ne parlano tanto e seguire la testa di una sola persona (cioè io).

Sì va bene c’è sicuramente molto altro, avete ragione. Ma io non ho la sensibilità giusta per capirlo, sì sì è vero è vero. Ah e sono anche superficiale, sì sì è vero è vero.

Torno a fare cose da persone insensibili e superficiali, come boh, mi verrà in mente qualcosa.

Esame di letteratura francese: libri letti e studiati

Per la parte generale, come antologia ho scelto questi testi (tra quelli proposti).

More about Storia della letteratura franceseBeaubourg. Modulo 2A: Le XIX siècle. Per le Scuole superiori

Beaubourg. Modulo 2B: Le XIX siècle. Per le Scuole superiori

Il Beaubourg è fatto bene. E’ un’antologia per le scuole superiori con biografie abbastanza dettagliate degli autori, periodizzazioni ben strutturate con tutti gli avvenimenti storici e i vari movimenti culturali e artistici. L’ho anche consigliato alla mia vecchia professoressa di letteratura del liceo ma mi ha detto picche, secondo lei c’è troppa roba.

Quello di Brunel invece è datatissimo. Mi è sembrato di studiare su un libro d’altri tempi. Boh io l’ho trovato poco chiaro ed esaustivo, per fortuna l’ho preso in prestito in biblioteca e non l’ho comprato.

Passiamo ai romanzi…

Joris-Karl Huysmans – Controcorrente

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Romanzo che ha avuto il merito di traslare il simbolismo in prosa, lo trovo molto poco attuale. Secondo me è datatissimo ecco. E’ il ritratto di un’epoca, un’epoca di decadenza storica, non culturale, di crollo di un certo tipo di certezze dell’800, è un romanzo figlio di quell’epoca lì che onestamente non trova riscontro in altre epoche future o nell’era attuale. Des Esseintes resta comunque un personaggio memorabile, dodici spanne sopra il dannunziano Andrea Sperelli, un esteta come me che è tutto il contrario di me: così come io amo le cose belle ma naturali, semplici, la luce, la natura, l’arte intesa come massima espressione dell’uomo, così lui ama l’artificio, la finzione, prende una tartaruga, la cosparge d’oro e le incastona sul carapace gemme preziose accuratamente selezionate, sceglie i colori per l’arredamento in base a come si intonano con le luci artificiali (sceglie uno strano tipo di arancione), preferisce i fiori di serra e prova disgusto e compassione per i poveri fiorellini parigini costretti a vivere nel degrado della “vitavera”. E’ veramente una bibbia per comprendere quel mondo lì, per capire cosa vuol dire estetismo di fine ’800, però finisce lì. Un libro che non avrei mai letto “per piacere”, perchè non è che sia esattamente un piacere leggerlo, salvo qualche spunto involontariamente divertente.

Gustave Flaubert – Madame Bovary

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Flaubert, nelle lettere a Louise Colet, sua amante e a sua volta scrittrice, si lamentava del fatto che stava facendo una fatica bestiale per scrivere questo romanzo, un cantiere durato 6 anni. Pensa come mi lamento io che quel cantiere me lo sono dovuta leggere. E’ veramente un libro di una pesantezza unica, un macigno. La trama sarà anche interessante e pruriginosa, ma è faticosissimo da leggere. L’unica cosa che salvo è l’invenzione del bovarismo, malattia da cui sono affetta e a cui sono affezionata, ma poi finisce lì. Oggettivamente è uno dei manifesti del realismo francese e va letto perchè è un classico e quindi bene o male tocca a tutti quelli che prima o poi hanno a che fare con la letteratura francese. Io onestamente spero di non doverlo più riprendere in mano: forse Emma alla fine si suicida perchè costretta a rileggere ripetutamente il romanzo di cui è protagonista.

André Gide – I nutrimenti terrestri

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Non sembra nemmeno scritto da un francese. E davvero non c’è complimento migliore. Ne ho letti alcuni brani per l’esame e benché non abbia capito una mezza fava penso di aver colto un po’ messaggio di questo manuale dell’edonismo (definizione non mia). La struttura rende questo libro ibrido, non è un vero e proprio romanzo, è un insieme di riflessioni in prosa, in poesia, è tutto un mondo colorato e variopinto. Contro l’immobilità e contro le radici che ci ancorano troppo spesso a una vita come non la desideriamo, Gide propone un inno alla riscoperta dei sensi, della natura, del fermento panico che dovrebbe agitare la nostra esistenza, sventola un attaccamento alla vita terrestre, al qui ora, assolutamente non comune. Io Gide penso di amarlo un po’.

La sola arte di cui mi accontento è quella che, elevandosi dall’inquietudine, tende alla serenità.

La mia vecchiaia avrà inizio quando smetterò di indignarmi.

Marcel Proust – Un amore di Swann

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Dopo averlo riletto attentamente, devo ancora capire come mai in molte scuole medie e superiori (biennio) si ostinino a darlo come lettura estiva. Non è che non sia una lettura da ombrellone è che per capirlo bisogna essere un po’ più adulti e bisogna conoscere qualcosa del mondo proustiano. Intanto perchè questo amore, grande amore, che Charles Swann prova per Odette è un amore singolare: è un amore mediato dall’arte (lei a lui non piace, la trova bruttina e pure stupidotta, ma poi gli sembra che lei assomigli a un quadro del Botticelli e da lì scatta tutto, complice anche la famigerata sonata di Vinteuil, l’omologo in musica delle madeleines proustiane) e poi è un amore non goduto (non dal punto di vista fisico, anche se il la perifrasi che Proust usa per “fare sesso” è unica e deliziosa: fare cattleya), non ci sono momenti belli, si passa dall’indifferenza più totale alla devastante e malata gelosia del protagonista verso l’oggetto del suo desiderio, in un amore univoco in cui l’altro è completamente assente, in un amore fatto di costruzioni mentali, di artificio, di paura e gelosia. E poi non lo si può capire bene se non si conosce un minimo il pensiero di Proust sul tempo e sulla memoria: è vero che questo è un romanzo nel romanzo, è solo una piccola nicchia all’interno della cattedrale della Recherche, però qualcosa bisogna sapere, altrimenti risulta un romanzo sospeso con poco senso. Le ultime parole del romanzo sono strepitose, io mi permetto di attualizzarle anche se è un’operazione insensata, però accorgersi di aver perso gli anni migliori dietro a qualcuno che nemmeno ci piaceva… capita troppe volte (presente!).

Albert Camus – Le malentendu

Albert Camus – L’étranger

Albert Camus – Le mythe de Sisyphe

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Albert Albert, quanto mi hai fatto disperare. Ho seriamente preso in considerazione l’idea di non dare l’esame per colpa tua. Ti do del tu perchè ormai ti conosco e ho capito che sei stato un uomo molto triste, cupo, pessimista. E non mi interessa se hai sempre dichiarato che in realtà pessimista non lo sei mai stato, per me resti una pesante palla al piede che ha riempito pagine su pagine con parole tristi, pesanti, assurde. A ben vedere sei proprio tu l’emblema dell’assurdità della vita. “Le malentendu” è un dramma che non andrei mai a vedere a teatro, ma proprio mai, nemmeno se mi regalassero i biglietti, nemmeno se a recitarlo ci fosse Gerard Butler nudo. Cioè su cinque personaggi tre fanno una brutta fine, uno non parla e una rimane vedova, la fiera dell’allegrezza. “Lo straniero” invece lo sono andata a vedere a teatro, anni fa, all’Ariston di Mantova. Sono scappata via con la mia amica Giulia, dopo mezz’ora dall’inizio, ci stavamo addormentando. “Il mito di Sisifo” invece racchiude tutte le premesse teoriche sull’assurdo, quindi è l’allegra rassegna dell’allegrezza più gaudente: c’è un solo problema filosofico degno di essere affrontato, il suicidio. Perchè restare al mondo? Albert ma piuttosto chiediti come si fa a non ammazzarsi dopo aver letto i tuoi libri. Io, guarda, ho capito le tue idee eh, ho imparato a memoria tutto il tuo pensiero e posso anche arrivare a condividerlo in parte. Ma perchè dedicare la propria vita a tutto ciò? Perchè?! Per una fama imperitura? Per essere violentemente insultato da orde di studenti come me? Ma non era meglio viverla, la vita, invece che passare le giornate a meditarci sopra?

Io non ho mai provato uno sconforto così grande come quello provato leggendo e studiando Camus. Mi sono ritrovata a piangere in giardino, domandandomi perchè dovessi sprecare delle ore per studiare la triste opera di un trist’uomo. E’ angosciante, tutti i suoi lavori sono angoscianti, pesanti, macigni. Non fatevi fregare dalla brevità dei suoi lavori, sono un concentrato inesauribile di malmostosità, di tristezza, di quella tristezza profonda che ti fa venire voglia di dar fuoco a tutti i libri e di dedicarti ad altro.

Jean Echenoz – Ravel

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E’ stato strano studiare un autore che ho personalmente incontrato al Festivaletteratura. In realtà non ho letto tutto il libro ma solo alcuni estratti, ma il romanzo è talmente breve che potrei averne letto tranquillamente la metà. E’ un libro strano. Non so se sia bello o brutto. E’ una biografia stramba, fatta di brevi aneddoti raccontati con una precisione maniacale, con un raro puntiglio per il dettaglio. Maurice Ravel (quello del Bolero) nei suoi ultimi anni di vita è impietosamente ritratto, ne esce un uomo molto piccolo, a dispetto della indubbia grandezza dell’artista. Lo stile è particolare, “fighissimo” direi. Echenoz è molto minimalista, è uno che va dritto al punto e non si perde in giri di parole (il contrario di me) e mi piace come cosa. Alla fine è ciò che rimane più impresso, il modo in cui viene narrata la vicenda, più che la vicenda in sé. Ecco, Echenoz conferma l’impressione che mi diede quando lo ascoltai al Festivaletteratura: è uno scrittore d’altri tempi, misurato, attento, preciso, uno che le cose le pensa, le pensa venti volte prima di scriverle, un maniaco della parola scritta. Questo in un’epoca in cui si fa tutto alla vacca maniera dovrebbe essere apprezzato: infatti in Francia lo è (ha vinto anche un premio Goncourt e un Prix Médicis), qua da noi guarda caso è piuttosto sconosciuto.

Patrick Modiano – Dora Bruder

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Altro romanzo strano. E stranamente mi è piaciuto. E’ bellissimo il gioco che si crea nel parallelismo tra Dora e Patrick, la prima è la protagonista di cui alla fine si sa tutto ma è come se non si sapesse niente, il secondo è l’autore/narratore/protagonista di questa ricerca, di questo viaggio nel passato, nel proprio passato, tra le proprie ombre e i propri demoni. In una Parigi stranamente vuota, deserta, che fa da sfondo a un’indagine durata anni, un’indagine meticolosa per ricostruire la vita di Dora e della sua famiglia, un’indagine che però alla fine non risponde all’unica domanda che è lecito porsi: chi è Dora Bruder? Non “Dove è nata?”, “Che scuole ha fatto?”, no no, proprio “Chi è?”. Non si può rispondere, è un’indagine che probabilmente Modiano sa essere infruttuosa, ma Dora è probabilmente un pretesto, un modo per indagare sul suo (di Modiano) di passato, sul padre, sulla fuga e sul rientro nei ranghi, e forse qualche risposta in più alla fine riesce a trovarla. Non saprei realmente dire perché mi sia piaciuto, non c’è una vera e propria trama, è scritto in uno stile vagamente fastidioso, epperò l’ho letto in un soffio e mi ha proprio appassionato.

Paul Verlaine – Poesie

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Dopo aver letto, analizzato e commentato molte delle poesie di Verlaine, posso dire, con cognizione di causa, che io Verlaine lo odio. Prima lo dicevo perchè piaceva a una persona che mi stava immensamente sui coglioni. Ora lo dico perchè l’ho conosciuto. E a ben vedere c’è sicuramente un nesso di concausa se uno scrittore che odio piace a una persona che odiavo. No, davvero, a me i poeti maledetti stanno maledettamente sui maroni, se facevano un po’ meno i maledetti forse vivevano qualche anno in più e scrivevano qualcosa di meno. E Verlaine non riesco a farmelo piacere. Perfetto eh, le sue poesie sono perfette, però non mi piacciono. Sua madre teneva un vaso sul caminetto contenente i feti abortiti. Non c’entra niente però è una bella cosa da rimarcare.

Bernard-Marie Koltès – Dans la solitude des champs de coton

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Riassunto: un cliente e un venditore si incontrano di notte in una strada buia. Il cliente non dice cosa vuol comprare, il venditore non dice cosa vuol vendere. Fine del riassunto.

Ma che cazzo di opera teatrale è? Ma davvero c’è qualcuno disposto a pagare per una cosa simile? E poi vengono a rompere i coglioni a me per i gusti che ho, ma porca miseria, evviva il musical di “Mamma mia!”. No davvero, è una cosa senza senso, senza capo né coda, non ho capito una mazza, non c’arrivo proprio a comprendere il sottobosco di significato che soggiace alla vicenda, per me resta una cosa senza alcun senso che ho letto, che ho messo in un cassettino della memoria ma che spero di non dover più tirare fuori.

 

Tra gli altri autori letti e studiati figurano Zola, Balzac, Baudelaire, Rimbaud, Mallarmè, Nathalie Sarraute, Apollinaire (un altro sano di mente), Breton, e altri, me ne fosse piaciuto uno. Si salvano solo gli immensi Queneau e Perec, due fari in una letteratura, quella francese, che ha partorito tanta genialità quanta tristezza e voglia di grattarsi i maroni.

Philip Roth – L’animale morente

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Ok che Philip Roth scrive bene.

Ok che Philip Roth, assieme a Don DeLillo e a Cormac McCarthy, è uno dei più talentuosi scrittori viventi (almeno, credo lo siano, viventi intendo).

Ok tutto quanto.

Però posso dirlo? A me ha un po’ rotto i maroni. Oh, l’ho detto, mi sento meglio.

Io mi sono stufata di leggere queste storie (che a me sembrano tutte uguali) in cui c’è un vecchio che perde la testa per una donna giovane e che poi, in un modo o nell’altro, finiscono male. Certamente i paladini della profondità inorridiranno di fronte a tanta stoltezza, tireranno fuori concetti su concetti per farmi capire che in realtà no, non ho capito niente, che dietro c’è tutto un discorso psicanalitico profondo ermeneutico postbellico edonistico, va bene eh, ci mancherebbe. Però io continuerò a pensare che siano solo tante storie di vecchi professori che vogliono farsela con studentesse fighe e giovani.

Certo il corpo femminile è un tramite *aggettivodifficile* attraverso cui l’uomo può *verbodifficile* alla verità *aggettivodifficile*, e allo stesso tempo è un *nomedifficile* *aggettivodifficile* per fare in modo che la donna *aggettivomitologicodifficile* sia *aggettivo/nomedifficile* (NOT zoccola, troia, baldracca, profumiera).

Sabatini Coletti alla mano, ce la potrei anche fare a compilare la frase sopra!

Carson McCullers – Riflessi in un occhio d’oro

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Una guarnigione militare in tempo di pace, situata in un punto imprecisato dell’assolata e deserta Georgia dove l’anima imputridisce di malinconia. Finché un omicidio sconvolge l’intera esistenza della base e porta alla luce un’intricata rete di morbose attrazioni, tradimenti, inconfessabili desideri che invischia fatalmente tutti i personaggi. Salutato da un grande successo di pubblico, accusato di scandalo e perversione, questo romanzo è un viaggio nelle profondità del desiderio e dell’odio umani, che approda a una visione dell’esistenza tanto terribile quanto reale. Da questo romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1941, è stato tratto il leggendario film di John Huston, con Elizabeth Taylor e un indimenticabile Marlon Brando nella parte del tormentato capitano gay Weldon Penderton.

 

 

L’inizio è folgorante e crea molte aspettative (così come l’altisonante quarta di copertina), nonostante riveli già i protagonisti -due coppie, un soldato, un filippino e un cavallo- e cosa accadrà (un omicidio), anzi forse proprio per questo le crea perchè fino all’ultima pagina non si sa chi è la vittima, per cui uno passa 130 pagine a scervellarsi su chi morirà. E’ sicuramente un romanzo disturbante, non c’è uno normale (a parte forse il cavallo, ma non conta, non dice neanche una battuta) e hanno tutti problemi, tutti sguazzano nel torbido, tutti hanno qualcosa da nascondere. Sarà che è un livello troppo alto per me ma non sono riuscita ad apprezzarlo fino in fondo, tanto che alla fine non mi importava poi molto chi fosse la vittima dell’omicidio.

Comunque un filippino di nome Anacleto non s’è mai visto, forse la McCullers era fan del cartone “La spada nella roccia”.