The Leftovers

Quando non trovi il momento giusto per scrivere di una serie, allora un momento vale l’altro. Non so bene nemmeno io in cosa mi sto imbarcando con la decisione di parlare di The Leftovers ma è una serie che mi piace tantissimo, su cui si potrebbe scrivere per giorni e che ci sta bene nel mio blog, sempre per continuare il discorso dell’allargamento degli orizzonti. Sì, io che no al sovrannaturale, no alle cose che non si spiegano, no alle cose ultraterrene, io che decido di guardare una serie in cui sparisce senza motivo il 2% della popolazione mondiale, ma pensa un po’. Ma procediamo con ordine.

 

leftovers collage

The Leftovers è un drama che va in onda su HBO, due stagioni sono già uscite, la terza verrà trasmessa nel 2017 e sarà l’ultima. Ogni rinnovo fin qua arrivato ha avuto del miracoloso per cui anche se le stagioni saranno soltanto tre almeno la fine sarà quella pensata dagli autori. Ecco, gli autori. Tom Perrotta, autore anche dell’omonimo romanzo da cui è tratta la serie, e… Damon Lindelof. Per chi non sa di cosa sto parlando questo nome non dice niente, per chi invece sa, purtroppo, di cosa sto parlando questo nome urla a gran voce una sola parola: LOST. Da scrivere rigorosamente in maiuscolo che altrimenti qualcuno si offende. No scherzo, d’ora in poi lo scriverò normalmente perché la dignità per dio, in maiuscolo si scrivono solo i nomi di serie belle. Dicevamo, Lost. Se si parla di The Leftovers, Lost spunta fuori. E’ come parlare di carbonara e non discutere del fatto solo tuorlo o uovo intero, cose così (solo tuorlo, ovviamente). In molti hanno iniziato The Leftovers proprio perché è creata dal co-creatore e showrunner di Lost, molti non la inizieranno mai per lo stesso motivo. La cosa buffa è che sono due serie diversissime, per cui nella realtà dei fatti non c’è molta sovrapposizione tra le due categorie, si può amare o odiare Lost e indipendentemente da questo si può amare o odiare The Leftovers. Lo dico perché è un peccato che una serie non venga nemmeno iniziata per colpa di un nome coinvolto, io poi faccio la stessa cosa con altri nomi coinvolti ma non prendetemi ad esempio. Io non sono una grande amante di Lost, l’ho abbandonata quando ha fatto il salto dello squalo ed è diventata irricevibile, ma adoro The Leftovers. Forse è anche per questo motivo che sono contenta delle tre stagioni: Lost l’ho abbandonata alla quarta, con sole tre stagioni The Leftovers non fa nemmeno in tempo a fare il salto dello squalo (anche se per molti l’ha già fatto).

The Leftovers parte con un fatto: il 2% della popolazione mondiale, un giorno di ottobre del 2011, sparisce. Letteralmente. Evapora. 140 milioni di persone in tutto il pianeta che un secondo prima c’erano, un secondo dopo non ci sono più. Non si sa che fine abbiano fatto, non ci sono da nessuna parte, non sono tornate sotto forma di zombie o fantasmi, sono semplicemente svanite nel nulla. La cosa bella di quella percentuale, il 2%, è che è in realtà una percentuale irrisoria per chi non viene toccato dalla “sudden departure”. Per cui è un evento misterioso e catastrofico che però nella pratica colpisce solo alcuni. Non c’è alcuna distribuzione statistica omogenea, famiglie numerose non vengono toccate, Nora invece, una delle protagoniste, perde il marito e i due figli e rimane da sola. Non c’è una spiegazione e, cosa più importante, la serie non vuole dare una spiegazione, non è quella la cosa importante. Ci sono teorie, alcuni dicono che è una questione geotermica, altri dicono che è stato un razzo supersonico israeliano (o qualcosa del genere), la teoria più accreditata è quella religiosa: la sudden departure altro non è che il rapimento della chiesa, quella linea di pensiero tipicamente protestante per cui Gesù scenderà di nuovo sulla terra e porterà con sé, in cielo, i rigenerati, cioè credenti particolarmente meritevoli per unirsi a coloro già morti e andare al cospetto di Dio per risorgere assieme (ok, forse non l’ho scritta proprio esatta ma tutte queste cose le avevo lette in inglese e qualche mese fa, per cui chiedo scusa). Ma sono teorie portate avanti da alcuni dei protagonisti, nella realtà non c’è alcuna intenzione di spiegare realmente perché è successo quello che è successo. Come indica il titolo, peraltro, la serie non riguarda chi se ne è andato, ma chi è rimasto, i leftovers, gli avanzi.

Leftovers-2-Laurie-Living-RemindersIn particolare noi siamo a Mapleton, una cittadina dello stato di New York. Cittadina anch’essa colpita dalla sudden departure. Protagonista centrale è la famiglia di Kevin Garvey, capo della polizia locale, con due figli e una moglie. Nessuno della sua famiglia è svanito nel nulla, ma come tutte le altre famiglie anche la sua non ha passato indenne gli anni dopo “l’apocalisse”, un’apocalisse che non sembra nemmeno ci sia stata, ma c’è stata. Il figlio è andato via, la moglie invece si è unita a una delle tante sette nate dopo l’ottobre del 2011, i guilty remnants. Sopra ho speso tre righe per parlare della teoria religiosa perché in realtà è molto importante ai fini della storia e fa proprio da discrimine, a seconda del fatto che tu ci creda o no cambia ogni prospettiva. Se uno crede alla rapture biblica significa che crede che i migliori, quelli che si sono meritati la salvezza, sono andati e chi è rimasto non ha alcuna speranza di salvarsi o di redimersi. C’è anche chi pensa che l’evento sia stato un preludio alla fine del mondo, che quindi finirà presto, per cui perché affannarsi ad avere comportamenti retti e salubri se non saranno quelli a salvarti? Se uno pensa invece che sia stata una cosa casuale, senza alcuna connotazione religiosa, e crede allora ha ancora fede e speranza di redenzione. Ed eccomi quindi a parlare dei guilty remnants: li riconosci perché si vestono di bianco, non parlano, si considerano i viventi che hanno il compito di far ricordare a tutti quanto è successo (perché intanto sono passati tre anni e le persone sono andate avanti) e fumano. Fumano tanto, fumano sempre, fumano anche gli adepti che mai avevano fumato prima. Fumano perché hanno fede, perché non sarà, in ogni caso, il tumore ai polmoni ad ucciderli. Alla loro visione di ispirazione religiosa si contrappone quella di un altro protagonista, un reverendo (guarda caso), che non vuole credere alla natura cristiana della sparizione (per motivi prettamente egoistici, perché io che sono un uomo retto e buono sono rimasto?) e passa il tempo a buttare merda su chi se ne è andato. Non è vero che tizia è svanita perché era una buona cristiana e una santa donna, lei tradiva il marito e si drogava, quindi quello che è successo NON è il rapimento della chiesa. Ho l’impressione di aver parlato troppo di questa cosa ma è uno degli aspetti più interessanti e mi dispiaceva non scrivere nemmeno due righe (che nel frattempo sono diventate migliaia).

Nel concentrarsi su chi è rimasto la serie assomiglia più a un family drama che non a un roba fantasy da due soldi. E’ chiaro che c’è una parte misteriosa e mistica, specialmente nella seconda stagione, ma uno segue la serie per i personaggi, perché ti affezioni a loro. Nora è una donna fantastica, una di quelle che sì, vorrei essere come lei e non solo perché è molto bella. Il reverendo di cui parlavo sopra ha una storia personale magnifica, per non parlare di tutte le vicende della famiglia Garvey, io sono riuscita persino a provare empatia per il personaggio di Liv Tyler che non è proprio miss simpatia. E poi ci sono le suggestioni, succedono alcune cose inspiegabili (che per alcuni magari sono delle cagate, lo concedo e non ho problemi a dirlo) e misteriose e boh, non capisci bene nemmeno tu, ma fa lo stesso perché quando una cosa è molto bella rimane molto bella anche se non la comprendi fino in fondo. Non è ovviamente per i ditini alzati, i ditini alzati stanno agli antipodi di The Leftovers, un po’ mi dispiace perché si perdono una serie meravigliosa, ma è meglio sul serio che ne stiano alla larga. Perché sì, alla fine della fiera è un ottimo family drama con tutte le sue sfaccettature (rapporti difficili tra marito e moglie e tra genitori e figli, elaborazione del lutto e senso di colpa di chi è rimasto, gestione di una famiglia e di una comunità, quali speranze avere per un futuro se succedono cose del genere, etc), ma ha anche una cospicua parte mystery fatta di fascinazioni, di succedono cose che non capisco ma va bene uguale, di momenti in cui devi un attimo lasciare perdere la logica e la razionalità e accettare quello che vedi, farti coinvolgere e basta, semplicemente. Come dice la canzone dei titoli di testa della seconda stagione (le immagini sotto sono tratte proprio da lì), let the mystery be.

Everybody’s wonderin’ what and where they they all came from
Everybody’s worryin’ ‘bout where they’re gonna go
When the whole thing’s done
But no one knows for certain
And so it’s all the same to me
I think I’ll just let the mystery be

Some say once you’re gone you’re gone forever
And some say you’re gonna come back
Some say you rest in the arms of the Saviour
If in sinful ways you lack

Some say that they’re comin’ back in a garden
Bunch of carrots and little sweet peas
I think I’ll just let the mystery be

Everybody’s wonderin’ what and where they they all came from
Everybody’s worryin’ ‘bout where they’re gonna go
When the whole thing’s done
But no one knows for certain
And so it’s all the same to me
I think I’ll just let the mystery be

Battlestar Galactica (ebbene sì, le navicelleh!)

Prologo

C’era una volta una giovane e ingenua e inesperta Darcy che amava le serie tv. Le amava molto ma con tanti distinguo. Darcy oltre alle serie tv ha sempre molto amato i paletti, paletti da mettere in ogni dove. Per recintare, per chiudersi da qualche parte, ma anche per pugnalare qualcuno ché non guasta mai. Serie tv e paletti non vanno molto d’accordo. Ma Darcy era felice e contenta così, andava fiera delle sue convinzioni, perché lei no, lei assolutamente no, lei non avrebbe mai guardato cose sovrannaturali o con elementi fantascientifici o con “cose” “ultraterrene”, nel significato più ampio possibile. Magari capitava, ma erano delle eccezioni, eccezioni di un passato in cui qualche episodio di Buffy te lo cuccavi per forza. Darcy era circondata da esseri viventi che difendevano le serie che lei ripudiava, dicevano cose astruse sul fatto che ok una serie può anche avere degli zombie o essere ambientata su Marte, ma magari affrontava degli argomenti universali, dei temi comuni con cui ci si poteva relazionare. Darcy rispondeva sticazzi, perché ok i temi, ok gli argomenti, ma sono sempre su una cazzo di navicella. Un giorno però a Darcy tutti questi paletti cominciavano a stare stretti. Diventavano sempre di più le eccezioni, stavolta scelte consapevolmente con sempre più pallide giustificazioni. Un giorno quindi Darcy si decise a iniziare una serie che le avevano consigliato tutti da anni, una serie ambientata su una navicella, una serie ambientata nello spazio in un tempo non definito, una serie con dei robottoni, ovvero Battlestar Galactica.

Fine prologo

Battlestar-galactica-w

In realtà nel prologo ho omesso una cosa. Correva il lontano 2007, frequentavo un fan della serie che provò a farmela iniziare, la cestinai e i brutti ricordi mi impedirono di iniziarla prima. Ma siccome è una cosa un po’ melodrammatica che sembra presa da Anche i ricchi piangono la metto qua sotto, lo preciso per dovere di onestà che coi tempi che corrono è meglio essere onesti (onestà onestà onestà!!!111!!!).

Ok, adesso inizio sul serio. Battlestar Galactica è una serie tv di genere “space opera militare” (definizione di Wikipedia) trasmessa dal 2004 al 2009, 4 stagioni, 73 episodi, più alcuni webisodes e altre cose, se siete interessati a guardarla l’ordine giusto da seguire è questo. Nel prologo ho scritto perché l’ho iniziata, era una delle poche grandi serie che non avevo ancora visto e beh, era giusto recuperarla. O comunque provarci seriamente. C’ho provato così seriamente che alla fine m’è pure piaciuta, e m’è piaciuta tanto, talmente tanto che si becca pure il post nel blog. BSG (d’ora in poi abbrevio, #teamculopeso) è il remake dell’omonima serie degli anni ’70 che io non ho visto. Non è nemmeno necessario vederla perché la miniserie introduttiva a BSG funge da nuovo pilota che spiega tutto quanto, quindi di fatto le due serie sono indipendenti. L’ho spiegato una chiavica ma era per non fare copia/incolla da wikipedia.

Space opera militare, dicevamo. Stavolta il copia/incolla ve lo beccate.

La space opera (espressione inglese per indicare l’epopea spaziale o epica spaziale) è un sottogenere della fantascienza ambientato tipicamente nello spazio esterno, caratterizzato dall’avventura romantica e spesso melodrammatica con viaggi interstellari e, non di rado, battaglie spaziali, in immensi universi spesso dominati da imperi galattici. La space opera militare o semplicemente fantascienza militare è un sottogenere della fantascienza, e in particolare della space opera, in cui la storia ruota attorno a un conflitto armato interplanetario. 

Allora, proviamo a raccontare un po’ l’inizio, con parole mie. La cosa più faticosa, nel principio, per i non avvezzi al genere, è abituarsi a un universo completamente differente dal nostro. Quindi adesso ne scriverò come se fosse il mio pane o come se fossero cose normali, ma all’inizio non è stato proprio così. In un tempo non precisato ci sono 12 Colonie, 12 pianeti confederati abitati da esseri umani che vivono la loro vita normalmente. A un certo punto gli abitanti di queste 12 Colonie vengono sterminati con attacchi nucleari dai robottoni, i Cylon. E qua bisogna fare un passo indietro. I robottoni sono stati creati dall’uomo che li ha sempre usati per i lavori pesanti. I robottoni a una certa però si sono rotti di essere gli schiavi dell’uomo (chiaramente sono robot con un certo grado di consapevolezza del sé), c’è stata una sanguinosa guerra conclusasi con un armistizio: gli uomini nelle 12 Colonie, i Cylon su un loro pianeta a farsi i cazzi loro. Così per 40 anni. Per motivi che si scoprono poi nella serie i Cylon rompono questa tregua, attaccano le 12 Colonie con l’obiettivo di cancellare ogni forma di vita umana. Ovviamente se riuscissero nell’impresa la serie finirebbe con la miniserie. E invece cosa succede? Proprio nel giorno degli attacchi si verifica un altro fatto importante: il pensionamento del Galactica, una base stellare atta a proteggere la colonia di Caprica. Ormai i Cylon non si temono più e non c’è bisogno del cane da guardia, il Galactica può essere smantellato per diventare un museo di chincaglieria spaziale. Cerimonia in grande stile, con il vecchio comandante, tutti i suoi sottoposti, pure il figlio con cui non ha un gran rapporto, tanta pompa magna, dalle 12 Colonie mandano il sottosegretario all’istruzione in rappresentanza del governo. Il Galactica è vecchio e rimane fuori dall’attacco alle Colonie, attacco basato anche sulla disattivazione dell’ipertecnologico sistema di difesa. Il Galactica, salvandosi, rimane l’unica nave da guerra sopravvissuta e assieme ad altre navicelleh più piccole e “civili” forma la flotta che avrà il duplice obiettivo di combattere i Cylon e al tempo stesso transitare l’umanità rimasta (ogni episodio si apre con la conta dei superstiti) verso un nuovo mondo, la Terra, in cui possa prosperare in pace.

Questa la premessa, poi vabbè la serie si sviluppa su molti livelli. C’è l’ovvio livello bellico, alla fine il Galactica è in guerra contro i Cylon che mica sono contenti di questa flotta che viaggia nello spazio. C’è tutto l’aspetto dei rapporti interpersonali tra i protagonisti, che sono genitori e figli, mariti e mogli, amici, fidanzati, colleghi, nemici, i personaggi sono tanti e insomma ce n’è di roba. Con quelle premesse forse la parte più interessante è quella della ricostruzione di un ordinamento, di una struttura preposta a governare il caos e il vuoto che si sono creati, non a caso una delle prime cose che vengono fatte è la nomina del nuovo Presidente. Oltre alla politica l’altro tema di peso è quello della religione, ma ce ne sono anche altri, tutte cose che avrebbero perfettamente senso anche se non fossero su delle navicelleh. E allora perché stanno su delle cazzo di navicelleh? Io una risposta me la sono data, è la mia risposta, può pure essere una stupidata, ma da non esperta è l’unica cosa che mi è venuta in mente: ho notato che nella fantascienza televisiva c’è una specie di grande vuoto. Tante serie negli anni ’70 e ’80, qualcosa negli anni ’90, niente nei primi del 2000 (ovviamente parlo di epopee o di serie di un certo spessore). Per cui secondo me si sono detti: uniamo dei discorsi complessi e attuali sulla politica e sul vivere in comune alle navicelleh, che magari mancano a qualcuno che fatica a trovare cose decenti sull’argomento. Ecco come è nato il remake. Oh se è una cagata perdonatemi, ma anche io ho degli evidenti limiti.

E sono i limiti che salvano la serie. Sempre da non esperta e da persona che aveva in antipatia certi generi, ero convinta che fantasy, fantascienza & co fossero una sorta di tana libera tutti per le cagate. In un universo in cui certe cose sono possibili ALLORA tutto è possibile. In un universo in cui esistono gli zombie allora perché dire di no a Dolce Remy e ai Barbapapà? Sono obiezioni sciocche, LO SO, ma uno dei motivi per cui alcuni generi continuano a non piacermi è proprio questo. Invece in BSG tutto è coerente con le regole che si sono dati. C’è un universo in cui alcune cose sono possibili e altre no e lo spettatore ce l’ha subito chiara quest’idea e si abitua. Si abitua ai “salti” oltre la velocità della luce, si abitua ai Cylon, si abitua alla vita di questa base stellare. Ti affezioni così tanto ai protagonisti che alla fine ti ritroverai a piangere disperata (ditemi che non sono stata l’unica vi prego). E rifletti anche su tante cose a cui generalmente non si è troppo abituati; siamo nati (parlo di chi ha la mia età ma anche di chi è nato negli anni’70) in un paese tutto sommato stabile, non in guerra, con tutte le istituzioni già belle che pronte, non ci siamo mai dovuti interrogare noi in prima persona su cosa fosse meglio, l’epoca dei referendum sulle cose importanti e tangibili è finita da un po’ e chissà a ottobre come andrà a finire, ma non divaghiamo. La serie ha anche una colonna sonora da paura, meravigliosa, costruita apposta per lei, con dei temi musicali perfetti per sottolineare certe scene e certi momenti e non è una cosa da tutti i giorni.

74e2aab64f5c0390e552557a8291956eDiciamo che adesso non sono diventata una fan sfegatata della fantascienza o del fantasy o di quelle robe lì (lo so che sono cose diverse, LO SO, per comodità metto tutto nello stesso calderone perché nella mia testa stanno nello stesso calderone, ma razionalmente LO SO che sono cose diverse). 6222094bb920f6fed431c3523e9bdd1dPerò qualche paletto l’ho tolto, non ho più gli stessi pregiudizi e mi sento più aperta ad esplorare cose nuove. E’ chiaro che la serie la consiglio, forse non si è nemmeno capito troppo bene perché ma provo a spiegarlo qua. E’ una serie fatta bene, recitata magnificamente, con una trama e tanti archi narrativi che ti fanno venire voglia di continuare e proprio di sapere come andrà a finire. E’ una serie che unisce alle battaglie e al macrotema della guerra tanti altri argomenti che nulla c’entrano con la vita nello spazio nello specifico, ma riguardano tutti noi. E’ una serie che ha dei bellissimi protagonisti, io ho deciso chi sarebbero stati i miei preferiti subito (Adama e la Roslin), ma preferiti non vuol dire perfetti, ogni personaggio ha mille sfaccettature e di bidimensionalità non ce n’è neanche a cercarla col lanternino. Della colonna sonora ho parlato. Qualche bel ragazzo c’è, per i miei gusti nulla di che, per i miei gusti è l’altra metà del cielo ad offrire gli spunti migliori. Queste due signorine qua a fianco, Tricia Helfer e Katee Sackhoff, due degli esseri viventi più fighi al mondo. La Helfer (quella mora, nella serie è bionda pure lei) la odierete perché è bellissima quando è tutta tirata e conciata per le feste ma è ancora più bella quando è in tuta senza trucco e parrucco, mannaggia a lei le imprecazioni che non le ho tirato. Vabbè insomma avevo menzionato la serie nel famoso post di fine 2015 dicendo che era richiesto un minimo di sensibilità: confermo. Non credo possa piacere a chi vuole guerra guerra guerra e solo guerra, BSG è una serie molto umana, molto basata sull’essere umano ed è per questo che può piacere a tutti, anche a quelli che sì ok ma sono sempre su una cazzo di navicella.

The Closer (più varie ed eventuali)

E’ passato  un mese dall’ultimo post e se continuo a scrivere con questa cadenza non riuscirò a mantenere i buoni propositi di fine anno. Ok che nessuno mi paga (al limite sono io che pago WordPress) e che sostanzialmente posso fare come mi pare, ma mi scoccia che questo posto resti non aggiornato per troppo tempo. Oltre al fatto che mi fanno rodere un po’ il culo quelli che si prendono un impegno di scrivere tot. articoli a settimana e poi realmente li scrivono. Ma che si fa così? Gente che ti fa sentire inadeguata. E poi magari scrive anche dei post articolati, mica due o tre righe di fregnacce così tanto per. No, questa cosa mi dà fastidio e quindi, anche se con l’energia e la creatività di una nutria morta lungo la strada, proviamo a produrre qualcosa. Aggiungo anche una cosa. Un tempo ero un po’ grammar nazi, lo ammetto, tendevo a correggere, sia dal vivo che su internet, certi errori li ritenevo proprio tremendi, insomma errori da persone che sembrava non avessero fatto nemmeno la seconda elementare (per poi magari scoprire che erano diplomate se non laureate). C’è anche da dire che per me le parole sono importanti, tendo a prendere tutto molto alla lettera, ecco perché voglio che vengano usate le parole giuste, così io non fraintendo, ho l’elasticità mentale della nutria morta, capitemi. Adesso però i grammar nazi si sono evoluti, e infatti uso la terza persona plurale e non la prima plurale, perché, diciamo, come scriverlo in modo cortese e assolutamente non polemico, ecco, sì, da grammar nazi molti si sono trasformati in un branco di gente che ama fare la punta al cazzo. Il passo è breve ma netto, preciso, non ci sono vie di mezzo. Ecco, la punta al cazzo no dai. Accetto la punta al cazzo solo dalla Crusca o dalla Treccani, dalle istituzioni preposte. Se fai la punta al cazzo assicurati di essere impeccabile, dico solo questo. Insomma a me questi che fanno la punta al cazzo un po’ fanno paura e un po’ danno fastidio, sia perché sono permalosa sia perché a me piace come scrivo e so di non scrivere perfettamente, però mi piace questo stile strano che ho, fatto di tante virgole, frasi infinite, parolacce, ripetizioni, frasi che iniziano come non dovrebbero iniziare e che finiscono peggio. Tendo a scrivere come penso (non come parlo) e mi rendo conto che i monologhi interiori vanno bene solo se sei Joyce o la Woolf (ora non ricordo la differenza tra monologo interiore e flusso di coscienza e nemmeno ricordo chi scriveva cosa, però ci siamo capiti). Quindi, sì, mi è un po’ presa male la paura di questi che fanno la punta al cazzo che leggono il blog e iniziano a fare la punta al cazzo. Fregatene, ok, va bene, ma non sapete la voglia che ho di prendere quel cazzo di cazzo appuntito e di infilarlo loro (al team punta al cazzo, non ai grammar nazi regolari) nelle narici, non lo potete sapere. Ok, adesso parliamo di altro.

Quasi per caso accedo oggi dopo un mese e WordPress mi fa gli auguri, caro lui, sono 6 anni di blog. 6 anni fa a giugno (non proprio oggi eh) nasceva. Nel 2010 veniva presentato il primo iPad. E niente, cioè non ci saranno festeggiamenti o cose in grande, non festeggio manco il mio di compleanno, figuriamoci quello del blog, però era una cosa carina da segnalare, prima di passare oltre.

Passiamo oltre. Tra le serie mancanti dell’ormai famigerato post dello scorso anno ho scelto quella di cui è più facile parlare, perché non ci sono cose profonde da scrivere, fondamentalmente non mi fa venire voglia di insultare quasi nessuno e soprattutto è una serie innocua e terminata e sono sicura che questo post non cambierà di una virgola il suo destino. Darcy 1 – Responsabilità 0.

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The Closer è una serie crime andata in onda su TNT dal 2005 al 2012, 7 stagioni, 109 episodi. La protagonista è Kyra Sedgwick (la moglie di Kevin Bacon e assieme sono troppo fighi) che interpreta il ruolo di Brenda Leigh Johnson, poliziotta di Atlanta che viene trasferita a Los Angeles per diventare il capo di una squadra “speciale” dedicata a omicidi particolari, vuoi per la loro natura, vuoi per le persone coinvolte. La Sedgwick per questo ruolo è stata candidata per sette volte consecutive al Golden Globe, cinque volte consecutive agli Emmy più altri premi vari ed eventuali. Un Golden Globe l’ha vinto: quando non seguivo la serie mi ero pure incazzata, adesso che l’ho vista premio strameritato. La squadra è quasi interamente maschile, i suoi capi sono uomini, lei vive sola, adora i dolci (ne è letteralmente dipendente), ha un gatto vecchio e bruttissimo, ed è una donna con cui tutte ci possiamo relazionare, per un motivo o per l’altro. E’ abbastanza petulante, insistente, ha un marcato accento del Sud degli USA, è intelligente, sveglia, ama i dolci e i gatti (io mi relaziono a lei per questo oltre che per il petulante e l’insistente). Il suo team è variamente composto secondo le leggi non scritte della serialità americana, per cui c’è un afroamericano, un asiatico, una donna, un latino, un anziano, un giovane, etc etc ma va bene così.

Come sempre prima di procedere mi piace parlare del perché ho scelto di iniziare una serie. E come tante altre volte anche The Closer l’ho iniziata per caso. Correva il settembre del 2015, il vecchio portatile non era molto collaborativo, io sinceramente non avevo nemmeno troppa voglia di star lì a cercare nuove cose da vedere e così sono tornata alla vecchia e cara tv. Non proponeva granché, per cui la sera guardavo Top Crime, episodi sparsi di serie varie, così per passare il tempo. Bones (scartata), Rizzoli & Isles (scartata), Law & Order SVU (da vedere una volta ogni tanto può andare), The Closer (evidentemente non scartata) e Major Crimes (ne parlerò dopo). Sono passata dal vedere episodi sparsi al volerla recuperare tutta, non è la prima volta che succede ma non pensavo che sarebbe successo questa volta. E invece mi ha conquistata. Ho pure comprato il cofanetto dvd.

C’è un po’ questo pregiudizio sulle serie a trama verticale, cioè serie con episodi autoconclusivi (nei crime è un episodio = un caso), ultimamente sono viste peggio dei vaccini e dei salumi, si cercano solo le trame orizzontali (cioè quelle che durano per più episodi se non stagioni) e vade retro il resto. Io non sono così categorica, nel senso che mi interessano più i personaggi, l’ambientazione, lo stile, ma è anche vero che una serie tv con una trama orizzontale bella, scritta bene, ti fa venire voglia di maratonarla, di guardarla senza pause, più difficile che avvenga con una serie fatta di tanti casi del giorno. Difficile ma non impossibile, perché io The Closer l’ho vista proprio così, nel giro di un mesetto e mezzo, riguardando anche tutti gli episodi che avevo visto in italiano su Top Crime. Diciamo che The Closer possiede tutte le caratteristiche che per me fanno la differenza quando si parla di serialità televisiva: personaggi forti e scritti bene, stile impeccabile e quasi cinematografico, momenti drammatici intensi, momenti comici effettivamente divertenti (mica come le “””comedy””” nuove dell’HBO). Certo, invece di tanti archi narrativi che si intrecciano è più semplice, caso del giorno + al limite vita privata dei protagonisti che va avanti e a cui vengono dedicati pochi minuti. Ma a me va benissimo anche così, per me non è un discrimine, ma capisco che per molti possa esserlo.

Quindi, tornando alla serie, è facilmente intuibile che è un crime “classico”. Muore qualcuno, chiamano Brenda e la sua squadra, indagano, investigano, interrogano, trovano il colpevole, arrivederci al prossimo episodio. Non tutti gli episodi sono così, ma un buon 80% sì. Di diverso c’è che Brenda è una closer, cioè una brava nel chiudere i casi e nel consegnarli ai procuratori, addirittura senza arrivare al processo per la sua capacità di concludere accordi prima. I colpevoli così sono certamente colpevoli e non la sfangano per cavilli o per la bravura degli avvocati. Se avesse indagato lei sul caso di OJ Simpson il processo del secolo sarebbe stato un altro, mettiamola così. Potrei citare tante altre cose che mi hanno colpito e che secondo me fanno la differenza: due dei protagonisti hanno tanti siparietti comici e formano una coppia di fatto incredibilmente spassosa, si dà sempre molto spazio alla città di L.A. con le sue problematiche e i suoi mille divari, i casi sono veramente ben congegnati e non si assomigliano quasi mai, etc etc. Ma le stesse cose le potrebbe scrivere anche un fan di Bones o di Rizzoli & Isles (cambiando la città), serie che non mi hanno colpito per niente. I premi e le candidature dicono che The Closer è superiore, per carità, ma non è che uno la guarda per quello; ciò che fa la differenza in serie del genere è che ognuno è conquistato da determinati aspetti e ciò che a me lascia indifferente per un altro è imperdibile. Non saprei nemmeno io dire cosa. Però se non sapete che guardare e capitate su Top Crime magari conquista pure voi, ci sta JK Simmons che ha vinto un Oscar l’anno scorso, c’è Thaddeus Harris di Scuola di Polizia, uno dei protagonisti mi segue pure su instagram e nella mia misera vita questa cosa mi riempie di orgoglio. A proposito di brutte conclusioni.

ps. Major Crimes è lo spin off di The Closer, la squadra rimane simile, cambia la protagonista (non è spoiler, basta vedere un qualsiasi manifesto), ovviamente non scriverò come ci si arriva. Lo guardo, mi piace molto, conserva molte delle caratteristiche della serie madre. Io continuo a preferire The Closer perché Brenda è un po’ tutte noi, mentre Sharon, la protagonista di Major Crimes, è più un’aspirazione per la sua calma e la sua saggezza; siamo un po’ tutte Brenda ma sotto sotto vorremmo un po’ essere come Sharon. Questo per dirvi che se la iniziate e arrivate a quando entra in scena Sharon vi verrà in mente di odiarla ma non ce la farete,  ci siamo passate tutte.

 

Sense8

E’ da un mese abbondante che non scrivo, non pianificavo di farlo nell’immediato ma ieri ho visto i video di un Gay Pride in Brasile dove c’erano i protagonisti di Sense8, mi è tornata la scimmia e quindi ho pensato che fosse il caso di parlare di questa serie tv con un entusiasmo che, vi avviso, è esagerato e infantile.

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Sense8 è una serie originale Netflix, i primi 12 episodi sono stati rilasciati lo scorso anno, i prossimi dicono fine 2016 o direttamente nel 2017. E’ una serie drammatica / fantascientifica ideata da Lana e Lilly Wachowski (quelli di Matrix nel frattempo diventate quelle). Non avevo assolutamente intenzione di vederla. Non mi interessava proprio. Non sapevo nemmeno di cosa parlasse. Avevo letto fantascienza e quindi tanti cari saluti. Poi per caso su Twitter linkano una scena del quarto episodio, per molti LA scena, quella che funge da chiave di volta, e dato che la canzone della scena è What’s up dei 4 Non Blondes (cioè una delle canzoni più fighe dell’universo mondo) mi sono detta Ma sì, vediamo sto video e al limite mi riascolto una delle canzoni più fighe dell’universo mondo. E niente, in questa scena ci sono alcuni individui, tutti in posti separati, che la cantano, assieme, non si sa bene per quale motivo. E’ una scena che si è già vista altre volte, se vogliamo non è nulla di originale (come quelli che mettono a cuore le pagine dei libri e fanno la foto e ooooh un cuore ♥ ) però oh, che vi devo dire, realizzata in quel modo, con quella canzone, con quei protagonisti così fighi, a me ha fatto venire voglia di guardare la serie.

Facciamo un passo indietro allora, cerchiamo di scrivere alla bell’e meglio la trama di Sense8 (che si legge Senseit e non Sensotto, e adesso che l’ho detto immagino leggerete Sensotto). La trama, già. Allora. Nel presente, ci sono 8 persone in giro per il mondo. Due americani, una coreana, un tedesco, un messicano, un’indiana, un’islandese e un keniota. La peggior barzelletta di sempre. Ok. Questa cosa fa ridere solo me. Non importa. Dicevo, 8 persone. Non si conoscono, fanno tutti lavori diversi, hanno stili di vita diversi, problemi diversi, religioni diverse, tutto diverso. Improvvisamente, per un motivo che vedrete voi, si ritrovano connessi tra di loro, una sorta di telepatia che permette loro di sentire (verbo da usare nel significato più ampio possibile del termine) quello che fanno, vedono, ascoltano, provano gli altri. Questa connessione telepatica ed empatica si manifesta in molti modi e agisce materialmente nella loro vita di tutti i giorni. Chiaramente la trama non si ferma qua, c’è un’organizzazione di cattivi che dà loro la caccia e vabbè non aggiungo nient’altro, ve la dovete guardare.

Sentire è un verbo importante, sia all’interno della serie sia per chi ne è spettatore. Nel famoso post dell’anno scorso, quello con l’elenco delle serie tv di cui avrei parlato, Sense8 era listata come non per ditini alzati e in effetti la questa serie mi serve per spiegare meglio il concetto di ditino alzato. Sense8 è una serie fatta di suggestioni, di emozioni, è una serie da sentire più che da analizzare e a cui fare le pulci. In particolare le critiche/obiezioni che generalmente le vengono fatte sono tre: l’uso della lingua inglese, la poca comprensione, gli stereotipi. Partiamo dall’inglese: tutti i personaggi parlano inglese. Sia quando interagiscono tra di loro sia quando sono nella loro vita normale nel loro paese. Per cui l’indiana parla in inglese con suo padre. La coreana idem. I messicani in Messico parlano inglese. E’ una scelta. Hanno scelto così. E’ una cosa poco realistica? Ah, sicuramente, non ha nulla a che vedere con la realtà. E’ una scelta di comodo? Sì, sicuramente pure questo, è più comodo per il pubblico USA assolutamente non abituato ai sottotitoli avere tutto in inglese. Come l’hanno giustificata gli autori? Beh, hanno detto quello che in realtà moltissimi scrittori di teatro da secoli fanno nella pratica: in Corea loro parlano coreano, noi sentiamo l’inglese perché per noi è comodo così, ma in realtà loro parlano coreano (nel Phèdre di Racine parlano in greco, noi sentiamo il francese perché l’autore è francese ma loro sono greci quindi parlano greco). Questo è confermato dal fatto che non appena due sensate di due parti del mondo opposto si incontrano non subito si capiscono, perché in realtà loro non stanno parlando inglese sul serio. Io il fastidio lo capisco, nel 2016 è comprensibile. Siamo abituati alla lingua originale, qualsiasi lingua originale, addirittura prestiamo caso agli accenti perché se sei in Texas devi usare quell’accento lì, non basta che sia inglese. Però ‘sta cosa dell’usare la lingua che fa più comodo si fa veramente da sempre, nessuno ha mai detto nulla e ci sta che loro abbiano scelto così, dal momento che non è una serie che fa dell’aderenza alla realtà il suo cavallo di battaglia. Passiamo alla poca comprensione: sì, nei primi due/tre episodi si capisce poco. C’è un po’ di confusione, ci sono tanti personaggi distanti che fanno le loro cose e non è che sia tutto molto chiaro. Anche io ero confusa ma mi sono accorta che il primo episodio (65 minuti) era volato quindi andava bene perché se vola un episodio in cui non capisci una mazza figuriamoci quelli dopo. Quindi andiamo oltre: gli stereotipi. Sì, i personaggi sono veramente MOLTO stereotipati. Cioè il messicano è MOLTO messicano, in tutto quello che fa (ovviamente fa l’attore di soap opera), la coreana è MOLTO coreana, l’indiana è MOLTO indiana etc etc. E’ tutto talmente MOLTO che è chiaro che è una cosa voluta, tanto che il bello è vedere come giocano con questi stereotipi, come li fanno incontrare e scontrare, perché funziona meglio sotto ogni punto di vista (per questo tipo di serie, sia chiaro) se ad interagire sono una coreana fredda ed esperta di arti marziali e un keniota ciarliero fan di Van Damme.

Com'è indiana l'indiana e com'è tedesco il tedesco

Com’è indiana l’indiana e com’è tedesco il tedesco

 

Com'è messicanamente messicano il messicano

Com’è messicanamente messicano il messicano

Quindi io queste tre critiche/obiezioni dei miei amici ditini alzati le capisco eccome, ho un po’ cercato di argomentare le mie risposte ma sono critiche condivisibili. Ma non è lo spirito giusto con cui guardare la serie. Se uno vede i primi episodi e non fa altro a che pensare al fatto che parlano tutti inglese e al fatto che oh sta cazzo di indianina la potevano fare un po’ meno indiana no? E ti pareva che la coreana non facesse *inserire arte marziale orientale*… allora non la sta guardando con gli occhi giusti e quindi non è la serie per lui. Perché per apprezzarla e per esserne conquistati bisogna andare oltre. Io non è che sono scema o sorda o cieca, lo sento che parlano inglese, lo vedo l’appartamento del messicano, ma non me ne frega niente. Sense8 è una serie da sentire, è una serie da cui bisogna un po’ farsi travolgere e lasciarsi suggestionare, è realmente l’unico modo per arrivare ad amarla. E poi è una serie figa, piena di gente figa, con un sacco di scene fighe. Ho fatto vedere qualche spezzone ad Anacleto (che è più vicino al pensiero di Giovanardi che non a quello del Gay Pride) ed era tutto esaltato, perché è una serie figa, ghe gnint da fà. E i protagonisti sono fighi non solo perché sono belli ma proprio perché sono fighi, al Pride in Brasile era la sagra del limone perché si zompavano addosso tra di loro come dei perfetti sensate.

Stavo rileggendo il post e non si capisce niente, come nella serie. Non si capisce niente della trama, non si capisce una mazza del resto. Bel lavoro Darcy, complimenti. Io il video della famosa scena, LA scena, ve lo linko, sta qua e poi decidete voi. E’ alla fine del quarto episodio, non lo trovo particolarmente spoiler, mostra un po’ meglio quel tipo di connessione di cui parlavo. E poi si vedono bene Kala e Wolfgang che sono l’indiana e il tedesco (che non poteva non chiamarsi con un nome molto tedesco) e lei la adoro anche se tutti la odiano. E poi la scena mi mette di buonumore. E poi la canzone è figa. E poi l’hanno cantata al Pride in Brasile, è da lì che ho iniziato a schiumare e mi sembra un bel modo di chiudere il post.

Non ti sopporto più e altre manifestazioni d’affetto

Anacleto mi dice sempre che almeno fuori casa ci devo provare ad essere una persona normale. Che ok le cose che dico e faccio in casa sono da psicotica ma almeno fuori casa dovrei sapermi trattenere. Generalmente ci riesco, ogni tanto scivolo ma fa lo stesso, le persone mi guardano e sanno per forza che non sono normale e non ci fanno caso. Quando guido è diverso perché sono talmente concentrata sulla guida (il che non significa che guidi bene eh, ma che ogni energia mentale residua è dedicata a quello) che mi dimentico del resto. Dico quello che mi pare senza pensarci. E’ già tanto che abbia il controllo dello sfintere, capitemi. Ecco perché Anacleto si è arrabbiato molto quando gli ho riferito che durante una guida ho detto a Sandi che non lo sopportavo più. Sandi non se l’è presa, poi ci siamo chiariti, ma Anacleto non ha capito e mi ha rimproverato perché certe cose non le devo dire. “Non puoi andare in giro a dire alla gente che non la sopporti! Le persone normali non lo fanno”, che poi è anche vero, ma far sempre finta di essere normale a una certa diventa anche sfiancante.

tumblr_o5l5as1wVz1qi0ke6o4_400Dicevo, con Sandi mi sono chiarita. Lui aveva capito subito in realtà ma ormai sai come prendere i miei sbalzi d’umore e penso non ci faccia molto caso. A volte mi dispiace perché più che un istruttore pare un baby-sitter e mi chiedo se le 18enni con lo sguardo vispo (capite a me) richiedono lo stesso livello di dedizione e di autocontrollo che richiedo io. Io Sandi non lo sopporto più, sul serio. Non lo sopporto più perché lo identifico con la guida e sono esausta di far finta di guidare. Da mesi ormai. Prendete una persona normale, una persona che vi piace e con cui vi trovate bene. Associatela alla cosa più schifosa che vi viene in mente. Del tipo “Per poter vedere tizio devo guardare tre ore di uomini e donne” o “Per poter vedere caio devo leggere il fatto quotidiano e libero e il giornale”, cose così. Tizio e caio saranno anche simpatici e carini e tutto quello che vi pare, però se li dovete prendere abbinati a una cosa che odiate iniziereste a non sopportarli nemmeno voi. A me Sandi piace, è un uomo normalissimo con cui è piacevole passare del tempo. Fuori dal Pandino lo sopporterei benissimo. Sul Pandino mi viene voglia di prenderlo per il collo e buttarlo fuori strada. E la cosa è assolutamente reciproca, ve l’assicuro.

Sandi mi ha iscritto all’esame (gliel’avevo detto, fai tu) e a breve verrò bocciata. Mi ha detto che se mi faccio bocciare mi saccagna di botte. Ho tentato, invano, di spiegargli che non è che mi faccio bocciare, se guido di merda mica faccio apposta. Sto mettendo le mani avanti soprattutto con Anacleto, non voglio che si illuda o che ci rimanga eccessivamente male. E’ da un mesetto che non parlo della patente qua nel blog e non è che le cose siano cambiate molto. Sono migliorata in alcuni aspetti, in altri sono ancora in alto mare, odio le altre macchine, odio il senso di responsabilità che deriva dal guidare e che mi crea un’ansia che io non so voi come facciate a gestire. Io, voi che guidate, non vi capisco. Vi guardo tranquilli e sereni mentre guidate e contemporaneamente fate anche altre cose e io non so come facciate e vi odio e vi invidio. Io non c’arrivo. Vorrei dire che le cose sono cambiate dall’inizio. Vorrei dire che un miglioramento evidente nella guida è andato di pari passo con l’aumentare della sicurezza e della serenità al volante, ma non è così. Sandi ogni tanto ci riprova a chiedermi “Ma non ti viene voglia di prendere una tua macchina e di andare dove ti pare?”. No. Come fa a venirmi voglia di fare una cosa che è complicata, angosciante e pericolosa? Come a dire “Ma non ti viene voglia di camminare in mezzo a dei nidi di vespa?”. No, decisamente no. Ho anche pensato di corrompere l’ingegnere della motorizzazione, di prenderlo da parte e di spiegargli che mi deve dare la patente per fare felice Anacleto e che va bene anche una cosa falsa perché tanto poi non guido. Sandi mi ha vietato di farlo. Uffa.

Sì sembro una bambina. Ve l’ho detto che ogni tanto a Sandi tocca l’ingrato ruolo del baby sitter. Del tipo che se al mattino ho la luna storta e non parlo alla sera mi scrive per sapere se sto meglio. E un po’ mi dispiace, poraccio, c’ha anche i cazzi suoi a cui pensare e se tutti fossero come me dovrebbe spararsi sul serio. Comunque a breve sarà tutto finito, in un modo o nell’altro, e niente più Sandi, niente più Pandino, dispiacere sì ma che sollievo. 4 mesi che mi sono sembrati 4 anni. Sandi mi ha chiesto come faccio ad andare a trovarlo se non guido più. Gli ho risposto che prenderò il treno. Almeno non guido io. Che è quella la cosa importante. Anacleto cerca di spronarmi parlandomi di macchine, sa quelle che mi piacciono (parlo ovviamente di automobili piccoline per neopatentati) e ho capito il suo gioco e ormai annuisco e faccio sì sì. All’ansia e all’angoscia si unisce un altro problema che a quanto pare sono l’unica ad avere. Ho un cattivo rapporto con le cose molto costose. Al di là del potersele permettere o meno, che poi ognuno ha una sua idea di cosa sia costoso o no, io non riesco ad usare cose che costano tanto. Io ad esempio non riuscirei mai ad avere un iphone. A girare in borsa con un coso da 600/700€ (o quelli che sono). Ho una borsa di Braccialini, pagata 90€ (che per me è tantissimo per una borsa), che è ancora nel sacchetto di tessuto nel sacchetto di plastica nella scatola di cartone nell’armadio. In centro a Mantova c’è un bellissimo negozio di biancheria per la casa che si chiama Norsa e che ha questi completi splendidi, questi trapuntini che sono meravigliosi, ma io non riuscirei mai a dormire sotto un lenzuolo che costa 120€. Mi verrebbe il patema ogni volta. E se lo sporco? E se lo rovino? E se quando lo lavo si sciupa? E infatti adopero le lenzuola prese dagli indiani a 8€ l’una. Quindi figuriamoci con una macchina. Io, che già ho l’ansia e l’angoscia a guidare una macchina non mia con a fianco Sandi e i suoi pedali magici, io, che guido una roba mia costata boh, 2000€?, senza Sandi e i suoi pedali magici. Ma non scherziamo. Ma voi siete pazzi. Dicono che inizi a capire di essere adulto quando quelli della tua età fanno figli per scelta. Che poi è vero. Ma secondo me sei adulto quando non hai più il concetto di denaro che ha una bambina di 6 anni. E mi sa che per me non c’è più niente da fare.

ps. non ho scritto di proposito quando ho l’esame di guida perché non voglio assilli del tipo com’è andato e cose del genere, se prenderò la patente lo scriverò.

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